michele vietti
Economia
L’INTERVISTA DELLA SETTIMANA

Michele Vietti alla Regione: «Finpiemonte può farcela, ma adesso servono i soldi»

Colleziona papere, ma non ne ha mai fatte. Anzi. La parola, per Michele Vietti, è una dote, ma anche uno strumento da maneggiare con cura. Prudente, quando commenta la riforma della giustizia misurando le virgole. Tagliente come un coltello da sushi quando, a un tavolo dell’hotel Sitea, ospite al pranzo-dibattito di lunedì scorso del movimento dumsedafe, parla della sua ultima avventura appena cominciata alla presidenza di Finpiemonte e va dritto al cuore del problema. Spiegando che una risurrezione dalle ceneri della finanziaria della Regione, arrotolata come un involtino nelle carte giudiziarie per le malefatte della gestione Gatti, è possibile. «Ma per vedere gli effetti ci vuole qualcuno che metta le risorse. Perché, come dicono i siciliani, senza i soldi non si canta la messa».

Vietti, ma chi gliel’ha fatto fare di accettare un incarico del genere?
Quando il presidente Cirio mi ha chiamato e mi ha detto che avrebbe voluto che facessi il presidente di Finpiemonte, ho cercato di opporre ogni resistenza, comprese quelle giuridiche sulla compatibilità del mio analogo ruolo in Lombardia, ma alla fine ho dovuto soccombere, perché le incompatibilità non c’erano e ho accettato di fare il presidente di questa società che è abbastanza disastrata, con un passato molto travagliato, fatto anche di vicende giudiziarie complicate.

Cosa intende per situazione disastrata?
Da oltre sei mesi, Finpiemonte era completamente abbandonata a se stessa. Senza direttore generale, che di fatto è l’amministratore delegato, senza presidente, senza il consiglio di amministrazione.

E le casse? Come sono messe?
Abbiamo finito di spendere le risorse previste dai fondi strutturali della programmazione comunitaria stanziate per i sei anni precedenti. Adesso stiamo aspettando le risorse 2021-2027, che arriveranno a metà del 2022. Dunque in ritardo, ma arriveranno. E intanto si possono fare i progetti.

Compito che spetta alla Regione, vero?
Sì. Noi gestiamo i bandi, ma è la Regione che li deve fare.

E poi servono risorse fresche….
Bisogna che ci mettiamo d’accordo: gli enti locali devono fare anche delle scelte e dire quali sono le loro priorità. Perché se quelle poche risorse che ci sono si buttano a pioggia su tutto, gli effetti non si producono. Io ho chiesto un incontro con la giunta regionale che spero di avere la settimana prossima.

Ordine del giorno?
Cassa depositi e prestiti, che si è detta disponibile a partecipare all’incontro, è pronta a fare con noi alcune operazioni su prodotti finanziari già sperimentati come basketbond, fondi rotativi, venture capital. Alcune finanziarie regionali l’hanno già fatto: la Campania ha messo 90 milioni, la Puglia 40, la Basilicata, nel suo piccolo, 10. L’effetto leva è stato di cinque volte superiore rispetto all’investimento. Ma qualcuno i soldi li deve mettere. Perché la finanziaria regionale, come sto cercando di far capire al nostro interlocutore pubblico, non può essere una direzione distaccata della Regione cui far fare ciò che gli uffici regionali non han voglia di fare. Altrimenti, come ho già detto, tanto vale chiudere la serranda e risparmiare anche dei soldi.

Ma quale deve essere il ruolo di Finpiemonte?
La finanziaria si chiama così perché deve finanziare, ma se le faccio fare la pura attività di consulenza integrativa delle direzioni regionali, non è una finanziaria. E noi siamo lì a discutere perché la Regione ci riconosce un compenso orario ora-uomo che è assolutamente insufficiente a coprire i costi.

La Regione, dal canto suo, sostiene che i costi che avete sono eccessivi…
Eh, ho capito, ma i costi io li ho ereditati. Abbiamo 86 persone che lavorano, e se posso far fare loro l’attività di finanziaria ha un senso. Perché io posso fare un effetto leva, moltiplicare l’investimento, ma l’investimento me lo devi dare tu. Se non me lo dai, io non vado da nessuna parte.

Quanto serve per ripartire?
«Se mi dessero 40, 50 milioni, faremmo già delle grandi cose. E nelle pieghe del bilancio regionale, 50 milioni si trovano.

Cinquanta milioni (dei contribuenti) sono la cifra che durante la gestione Gatti Finpiemonte depositò presso la banca svizzera Vontobel Ag. Che fine hanno fatto quei soldi?
Non conosco nei dettagli quella triste vicenda, che peraltro è ancora oggetto di un contenzioso giudiziario sia in sede penale che in sede civile. Quello che so è che Finpiemonte investì con la banca svizzera 50 milioni di euro, di cui 11 milioni rappresentarono una perdita secca dell’investimento e 4,5 milioni di euro circa finirono inopinatamente a società che con Finpiemonte non c’entravano niente, non so come e perché. Quello che si riuscì a recuperare da parte della finanziaria furono meno di 35 milioni. È una pagina nera che, al di là delle responsabilità, ha contribuito all’immagine negativa di Finpiemonte, che stiamo faticosamente cercando di rimontare.

Parliamo un po’ di lei: l’hanno definita un dandy, le dà fastidio?
No. Il termine, depurato degli eccessi, si riferisce ad uno stile di eleganza nei modi e nel vestire che si accompagna ad un ironico distacco dalla realtà e ad un rifiuto nei confronti della mediocrità. L’eleganza e l’autoironia sono due strumenti per affrontare la vita e non subirla.

Dicono abbia un armadio enorme: è vero? Quante cravatte ha? E qual è il colore che predilige?
La mia cabina armadio è del tutto insufficiente per il mio guardaroba. Questo mi costringe ad un periodico ricambio che mi fa portare al Cottolengo quello che a me non serve e può essere utile agli altri. Le cravatte, come tutti i capi di abbigliamento, subiscono l’andamento della moda: un tempo erano larghe e lunghe, adesso sono strette e corte, come peraltro già si usava quando ero giovane. Questo fa sì che dei modelli superati uno se ne disfi perché se no il conto sarebbe nell’ordine delle migliaia anziché delle centinaia. Sono per le cinquanta sfumature di grigio, nero e rosso, senza le implicazioni compromettenti dei libri.

Torna sempre nelle sue valli di Lanzo?
Sempre! Ho vissuto in giro per l’Italia ma sento fortemente le mie radici nella città in cui sono nato ed è vissuta da generazioni la mia famiglia. Credo che ciascuno di noi appartenga al territorio che lo esprime, di cui acquisisce mentalità, valori e anche difetti. Mi sento un “montanaro bogianen”, non nel senso stanziale ma nell’accezione del temperamento caparbio, capace di affrontare le difficoltà con fermezza e determinazione, di cui alla Battaglia della Assietta.

Mi dicono che lei collezioni papere di ogni genere. Di vetro, di legno, di ceramica: perché?
È vero, ho una collezione infinita di papere che occupano tutti ripiani delle mie case. Tecnicamente la papera è l’oca ma per me è l’anatra, un uccello migratore che ogni anno compie un viaggio iniziatico. È il simbolo della difficile ricerca di noi stessi e del senso della nostra vita e, per me che sono credente, è anche il simbolo dell’immortalità. Più banalmente una mia amica mi regalò tanti anni fa un quadro di una papera e, di lì, innescò questa passione che andrebbe spiegata non da me ma da uno psicanalista.

Parliamo di politica. Che cosa salverebbe della prima Repubblica?
Sono approdato alla politica tra le macerie della prima Repubblica e alle soglie della seconda. Della prima salverei mia zia, donna democristiana del dopoguerra, prototipo dell’impegno dei cattolici nella vita pubblica, appassionata amministratrice del suo comune, primo assessore donna della Regione Piemonte, deputato e soprattutto modello di una classe politica che si dedicava con disinteresse e competenza al bene comune.

Pensa si possa ritornare a una idea di partiti dialoganti che mirino al bene del Paese e non ai personalismi dei singoli?
Lo spero anche se non ne vedo le premesse nell’attuale situazione dei partiti esistenti che, anche in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, hanno dimostrato inadeguatezza e pressappochismo. Occorre ricostruire un forte senso civico e percorsi di selezione del personale politico che possano consentire agli elettori di scegliere persone di visione strategica, competenza e dedizione al bene comune.

L’ipotesi di questo nuovo centro di cui si parla e di cui poco si capisce la convince?
Il centro è come la “bela Maria” che tutti la cercano e “gniun la pia” (nessuno se la prende). Però di un centro equilibrato, equidistante dalle estreme e dotato di cultura di governo, vocazione europeista e senso dello stato ci sarebbe oltremodo bisogno.

Giustizia. Lei che è avvocato, è stato docente universitario, vice presidente del Csm, ritiene che questa riforma sia la svolta attesa da anni o la montagna che ha partorito il topolino?
La riforma non tocca punti cruciali come il ruolo del pm che, con uno squilibrio rispetto al giudice e all’avvocato, è titolare del potere assoluto di esercizio dell’azione penale, capo di tutte le polizie giudiziarie, gestore delle intercettazioni e quindi del più potente mezzo di prova oggi utilizzabile nel processo. Pm e giudici rimangono con lo stesso concorso, la stessa carriera, la stessa appartenenza associativa, lo stesso organo di governo, pur riducendo le possibilità di cambiare funzione. Non c’è un intervento risolutivo sulle progressioni in carriera: oltre il 99 per cento delle valutazioni di professionalità del Consiglio è positiva. La legge elettorale è un gran pasticcio, assomma i difetti dei sistemi maggioritario e proporzionale.

Ma secondo lei, presidente, la legge è uguale per tutti?
Dipende da chi la scrive e da chi la applica. Perciò dobbiamo scegliere bene gli uni e gli altri. Se sapremo farlo sarà così, se no…

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