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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Mettiamoci in mostra

Come sarebbe diversa Torino se lasciasse da parte il suo fare austero e imparasse a osare. A mettersi sfacciatamente in mostra, a portare a galla tutti i suoi patrimoni artistici nascosti e a valorizzare, così come si fa a Napoli persino con i panni stesi che colorano la città, tutto ciò che di preziosi se coli di storia regale, e non, ci hanno lasciato. Lo grida sempre ad alta voce anche Vittorio Sgarbi, sfiorando la sua consueta isteria che in questo caso male non fa, ogni qual volta lo si interroga sull’argomento: «Torino abbia il coraggio di tirare fuori i suoi tesori, di mostrarsi per quella che è, una delle città d’Italia più belle e preziose. Torino potrebbe vivere di rendita per anni se mettesse in esposizione tutte le sue opere “sommerse”». E non basta che i vertici dei Musei Reali abbiano deciso di esporre una volta all’anno l’Autori – tratto attribuito a Leonardo, nella settimana che precede la Pasqua, tirandolo finalmente fuori dal suo caveau nella Biblioteca Reale dove viene protetto dalla luce che lo rovinerebbe. Non basta perché sono «tutte balle – ha spiegato più volte Sgarbi -. Quel disegno, con le dovute cautele, potrebbe essere esposto sempre: Torino ne trarrebbe un gran vantaggio». I depositi dei musei torinesi pullulano di arte che non aspetta altro che di essere esposta, magari creando occasioni ad hoc, o cercando spazi che certamente non mancano. Chissà che appeal avrebbe sui turisti la carrozza originale di “Via col vento” custodita negli “scantinati” del Museo del Cinema, insieme con la sciarpa di Federico Fellini, il bustino e i gioielli di Marilyn Monroe e, persino, la bombetta di Charlie Chaplin. E c’è da rimanere a bocca aperta alla visione nei depositi dell’Accademia Albertina delle opere di Gaudenzio Ferrari o di Jacopo Bassano. O in quelli della Pinacoteca Agnelli che ha esposto tutto il suo immenso patrimonio ma conserva ancora il meraviglioso Primo Levi di Larry Rivers, un quadro che da solo meriterebbe una mostra. Così come da sola potrebbe attirare l’attenzione degli amanti dell’arte povera di tutto il mondo l’Onda d’urto di Mario Merz, mega installazione fatta di ferro, neon, giornali, vetro, pietre conservata nei “caveau” della Gam (216 x 650 x 1100 centimetri). Una creazione per la quale sono necessari preparativi molto lunghi e spazi adeguati ma che varrebbe un incessante via vai di pubblico esperto, come dimostrano i fatti ogni qual volta viene presa un’iniziativa in questo senso. Torino non è solo depositi, Torino è un museo a cielo aperto per il quale non si paga il biglietto, ma poco pubblicizzato e valorizzato. È ancora Sgarbi a spingerci a riflettere su quanta fortuna abbia questa città a possedere «il capolavoro di Sebastiano Ricci nella chiesa di Sant’Uberto a Venaria» riferendosi alle grandi pale dell’altare riportanti diverse figure di santi. Per non parlare dell’apparato scultoreo di Giovanni Baratta ammiratissimo durante la grande mostra sul Barocco. O, ancora, «Casa Mollino, in via Napione. Che luogo curioso, quell’architetto aveva una personalità unica, come Borromini. Così come unica è la Casa a Fetta di Polenta dell’Antonelli. Poi il Museo della Frutta con opere in pura cera: si trova in via Pietro Giuria e non ne parla nessuno. O il Museo Lombroso di antropologia criminale. Manca solo un museo dedicato a Rol e poi Torino sarebbe perfetta…». Già, che pensiero sfacciato.

simona.totino@cronacaqui.it

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