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Politica
LA GIORNATA

Mattarella frena la crisi: le dimissioni di Draghi rimandate alle Camere

L’abbandono dopo la fiducia con 172 voti

Fino all’ultimo avrebbe solo «meditato» di lasciare. Poi lo ha fatto, con garbo e risolutezza, annunciando le proprie dimissioni a Palazzo Chigi per consegnarle in serata al QuirinaleChe ha detto “no” e invitato il presidente del Consiglio a presentarsi al Parlamento «per rendere comunicazioni, affinché si effettui, nella sede propria, una valutazione della situazione che si è determinata a seguito degli esiti della seduta svoltasi presso il Senato della Repubblica». Perché dopo 172 voti favorevoli ottenuti sulla fiducia all’esecutivo affidata al decreto Aiuti, la maggioranza in Parlamento per concludere la legislatura c’è. Quello che è sembrato a molti un referendum sul premier e il suo mandato, benché vinto con i numeri, non ha evitato che Mario Draghi scegliesse di dimettersi dopo gli ultimatum posti per quasi un mese da Giuseppe Conte e per cui il Movimento 5 Stelle ha scelto, comunque, di non partecipare alla votazione di Palazzo Madama. Sfiduciando di fatto i proprio ministri e sottosegretari e senza nemmeno chieder loro di abbandonare il governo.

«NON C’E’ PIU’ LA COMPATTEZZA»
«Dal mio discorso di insediamento in Parlamento ho sempre detto che questo esecutivo sarebbe andato avanti soltanto se ci fosse stata la chiara prospettiva di poter realizzare il programma di governo su cui le forze politiche avevano votato la fiducia. Questa compattezza è stata fondamentale per affrontare le sfide di questi mesi. Queste condizioni oggi non ci sono più» ha dichiarato il premier Draghi davanti ai ministri riuniti nel tardo pomeriggio, prima di salire al Colle per confrontarsi con Sergio Mattarella sulla possibilità di concludere la legislatura. Mercoledì riferirà alle Camere e come su richiesta del presidente della Repubblica “parlamentarizzerà” la crisi di governo.

IL “PUTSCH” A CINQUE STELLE
Ma le parole di Draghi, oltre alle avvisaglie già passate tra gli scranni del Senato, sono state anticipate dagli auspici di Alessandro Di Battista, per molti candidato ad un “putsch” interno al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte ormai senza Luigi Di Maio, che si scaglia con anticipo contro chi li accusa della crisi e delle dimissioni di Draghi. Con un “tweet” che sembra chiudere anche alle intese da «campo largo» con il Pd. Per Di Battista, infatti, sarebbero «culi flaccidi» quelli che si appellano alla «responsabilità». Se dovesse cadere «il governo dell’assembramento sarei il primo ad essere contento» ha dichiarato Di Battista prima che alle 18.45 suonasse il requiem per Mario Draghi e il suo governo.

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