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Cronaca
LE ACCUSE. «I miei figli prigionieri di un sistema opaco»

Margherita Agnelli: «Io combatto contro una setta mafiosa»

Le parole della figlia di Gianni in un libro inedito. «Quando visitai Lapo dopo il coma, lui si è voltato dall’altra parte»

No, fino a questo punto Margherita Agnelli de Pahlen non si era mai spinta, neppure nei momenti di più alta tensione con la famiglia, ai tempi della causa sull’eredità dell’Avvocato. Dalle pagine di un libro mai pubblicato, “Les usurpateurs’’ di Marc Hurner, il cui editore sarebbe proprio il marito della primogenita di Gianni Agnelli, Serge Pahlen, in una lunga prefazione, Margherita scrive usando toni e un linguaggio che prima non aveva mai utilizzati. «Io denuncio la setta, un sistema mafioso – scrive Margherita Agnelli -. Nessuno sa. I documenti sono tutti stati bruciati: sì, tutto è stato bruciato, non c’è più alcuna traccia, nulla. È l’amnesia generale e l’euforia imperante. Questo libro non è una denuncia, ma una constatazione dei fatti che mi sento in dovere di condividere con chiunque si senta coinvolto».

Tra le vicende che la figlia dell’Avvocato ricorda, c’è il rapporto con i suoi due figli maschi, Lapo e John, a cui qualcuno avrebbe vietato di parlare con la madre. Infatti la transazione del 18 febbraio 2004, poi impugnata qualche anno dopo dalla stessa signora de Pahlen, era stata firmata né più né meno per «gain de paix», per spirito di conciliazione tra le parti, conferendo in particolare a John, specifici vantaggi di natura economica. Margherita ricorda una telefonata burrascosa con il figlio Lapo che all’epoca disse alla madre: «Di che cosa mi parli adesso? Tu devi fare la pace». Ricorda la primogenita di Gianni Agnelli: «Quelle sono state le sue ultime parole, e ha riattaccato. Sono rimasta sbalordita. Tutti i miei tentativi di regali, lettere per i compleanni, Natale, Pasqua, sono rimasti lettera morta. Devo prima fare la pace! Due giorni più tardi, Lapo è in coma per overdose. Nessuno mi chiama: è l’avvocato amico che me lo fa sapere. Scendo immediatamente nonostante le dissuasioni e l’accoglienza glaciale che ricevo nella casa che fu di mio padre, dove ci sono tanti ricordi; sono pietrificata. Lapo, al risveglio del coma, non vuole vedermi; gira la testa. Quando sente che suo fratello mi parla, allora gli chiede: “Perché se tu le parli, io non posso?”».

A posteriori Margherita Agnelli assume la consapevolezza che «quel momento fu decisivo perché tutto ad un tratto mi sono resa conto di aver abbandonato i miei figli ad un sistema: non li avevo resi liberi accettando di vederli allontanarsi ma, al contrario, prigionieri di un mondo opaco, viscido, in cui tutto è sorvegliato, ascoltato, senza la minima libertà e in cui si è incessantemente giudicati e, se necessario, isolati». Un tentativo di mettere all’angolo anche lei a cui era stato riconosciuto il diritto di seguire gli affari di famiglia in un ufficio in Svizzera: «Avrei dovuto occupare l’ufficio di Ginevra del gruppo Agnelli (Sacofint) così come mio marito, ma guarda caso, l’affitto era giunto a scadenza e visto che la congiuntura era così difficile, il signor Gabetti aveva giusto potuto conservare il suo ufficio, la sala riunioni e qualche piccolo ufficio per la sua segretaria e qualche collaboratore di passaggio. Ma niente più spazio per me e mio marito! Non c’era più spazio. Oggi gli uffici sono stati spostati in un grande e comodo edificio, giusto a due minuti a piedi dalla casa di Gabetti, per i suoi eletti e sempre gli stessi collaboratori fedeli che in realtà non sono di passaggio».

Le persone citate da Margherita, in un libro ancora non pubblicato, ma già scritto fuori tempo massimo, sono in gran numero decedute. Così come la madre Marella, tumulata nella tomba di famiglia a Villar Perosa, dopo un funerale al quale aveva partecipato la stessa Margherita, insieme a figli, nipoti, cugini e parenti tutti. Era una giornata di sole e il clima tra i componenti della grande Famiglia, appariva finalmente sereno. Una quiete che si è protratta per qualche anno e sembra essere esplosa in una nuova guerra che, dai toni e dalle parole utilizzate dalla signora de Pahlen, sembra la peggiore, quella più cruenta.

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