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Tempo Libero
A tu per tu con il fondatore dell’agenzia pubblicitaria torinese HUB09

Marco Faccio: «Di giorno Måneskin e social la notte libri e… serial killer»

E’ lui che con la sua squadra di media manager cura l’immagine della band del momento: «Damiano e compagni sono ragazzi in gamba»

Di giorno creativo, di “notte” giallista. È la doppia vita di Marco Faccio, pubblicitario torinese, classe 1963, fondatore dell’agenzia pubblicitaria HUB09 di Sassi, una della più importanti d’Italia, di Torino di sicuro, scelta anche dai Måneskin. È qui, nel cuore della collina torinese che nascono i post della giovane band più famosa del mondo. Ed è sempre da qui che Marco Faccio scrive ancora di suo pugno i post per qualsiasi tipo di cliente e i retro pack dei prodotti che quotidianamente si comprano al supermercato. Un po’ più su, invece, nella sua casa immersa nel verde, ha visto la luce il suo primo romanzo giallo, “Il mostro di Procida”, edito da Read Red Road. Una storia intrigante, mozzafiato che va giù come un bicchiere d’acqua data la scrittura diretta, semplice e immediata, in perfetto stile Faccio. Ex direttore creativo di Armando Testa, ideatore della campagna “MGM Grandi Minuti” – legata all’esigenza di ogni casalinga di vedere ingranditi i caratteri dei numeri del tempo di cottura sulle confezioni della pasta – vincitore di un Leone d’Oro a Cannes per la campagna dei Baci Perugina nel 2009, organizzatore dei raduni torinesi delle Sardine, papà di quattro splendidi figli, CronacaQui lo ha incontrato nella sua villa in collina dove vive, niente di meno che con i suoi 4 pitoni, 2 camaleonti, 2 pogone, 2 gechi leopardo e svariate tartarughe.

Strana come passione…
«Avevo anche due falchi – racconta – i rettili mi aiutano a ricreare gli ecosistemi che amo tanto, i falchi mi danno un senso di libertà. Sono animali straordinari, coi quali è difficile stabilire un rapporto empatico, ma che sanno darti tanto comunque».

Parliamo del suo primo giallo, la lettura scivola facilmente fra i paesaggi di Procida…
«Sono pubblicitario e vado di sintesi, la mia è una scrittura molto visiva. Sa com’è nato il libro?».

Ci racconti.
«È nato dopo un soggiorno a Procida, ci sono stato due giorni con mia moglie Ilaria, durante la visita ci siamo imbattuti in un carcere in disuso dove tutto era rimasto com’era, sotto un velo di polvere bianca c’erano ancora scarpe, abiti e oggetti dei detenuti. Ho subito pensato che sarebbe stato il luogo ideale per ambientarvi un thriller. Sono tornato a casa e il thriller l’ho scritto io, in cinque giorni. A giugno uscirà il sequel, “Spaccacuori”, lo presenterò al Salone del Libro».

Dal giallo ai Måneskin, cosa significa curare l’immagine social della band più famosa al mondo?
«Ci occupiamo di loro attraverso il medesimo meccanismo che si usa per le grandi aziende ma, allo stesso tempo cerchiamo di rispettate totalmente la natura dei ragazzi. Loro sono sempre in prima fila, sono tutti molto attivi».

Quante persone lavorano per i Måneskin e che impegno richiedono?
«Ho una squadra di tre persone all’opera quasi 24 ore su 24, cui all’occorrenza si aggiungono videomakers e altri professionisti. Ho scelto un gruppo di fan non sfegatati per far sì che non fosse troppo coinvolto».

Pregi e difetti di Damiano e compagni?
«Si lavora bene con loro, sono in gamba. Li seguiamo strategicamente da dicembre 2021, operativamente da metà gennaio. La band è spesso in giro per il mondo con fusi orari differenti dai nostri, ogni giorno succede qualcosa di importante da raccontare, diciamo che è un’avventura difficile ma entusiasmante».

Verranno a trovarvi a maggio in occasione dell’Eurovision?
«Non lo so, in agenzia i ragazzi ne sarebbero felici».

Da direttore creativo all’interno di un’agenzia solida come Armando Testa a imprenditore. Perché?
«È nel mio Dna, già nel ’95, fondai la prima digital agency che poi vendetti ad Armando Testa, dove Marco Testa successivamente mi chiese di tornare. Lo feci, ma nel 2009 mi staccai definitivamente fondando quella che allora era la prima social agency d’Italia, la mia HUB09. Ho semplicemente giocato sempre d’anticipo usando linguaggi pubblicitari ancora non sfruttati».

E adesso, cosa detta il futuro?
«Arriveremo a una categorizzazione sempre minore, non ci saranno barriere, siamo in un momento nel quale conta di più il plot narrativo che il media attraverso il quale lo stiamo diffondendo. L’altro aspetto è tutto il mondo del metaverso, una realtà virtuale tridimensionale parallela a quella che viviamo che ci consente di abbattere barriere spazio temporali e presto ospiterà il mondo del lavoro. Io lo sto già usando». Ovviamente.

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