marco berry
Spettacolo
L’INTERVISTA DELLA SETTIMANA

MARCO BERRY. «Io andrò nello spazio: ho già perso 11 chili e posso arrivare a Putin»

«Mi serve un passaggio per andare nello spazio». Punta alle stelle l’ex Iena e illusionista torinese Marco Berry. E ha già le idee chiare per arrivarci: allenamento, dieta (ha già perso 11 chili) e le conoscenze al Toro per contattare, in sei mosse, Vladimir Putin. Prima però deve superare le prove per diventare astronauta: «Devo buttarmi da un aereo con un paracadute, imparare a pilotare, parlare due lingue straniere, stare due giorni in una grotta in condizioni estreme e ambientarmi sott’acqua».

Sostiene di avere contatti con Putin e di poter entrare a far parte del progetto spaziale di Space X o della Russia. È vero?
Non è che io abbia contatti diretti con Putin. Nel mio progetto “Yes, it’s possible” ci sono cinque persone che hanno i mezzi per farmi andare in orbita. E io mi sto preparando se dovessi incontrare uno di loro. A ottobre inizierò la caccia. Sostengo la teoria dei sei gradi di separazione. La conosce?

Mi spieghi…
C’è chi dice che ognuno di noi è separato da un altro essere umano su questo pianeta al massimo da sei gradi di separazione. Se ci lavoro bene posso arrivare anche a Putin. Io conosco Antonio Comi, direttore generale del Torino, che mi fa parlare con Belotti, che mi fa parlare con Cairo, che mi connette a Berlusconi, che conosce Putin.

Ha iniziato una dieta ferrea per prepararsi all’impresa?
Sì. Dal primo gennaio ho una nutrizionista che mi ha messo in riga. Pesavo 86,6 chili, oggi ne peso 75.

Sta facendo altri allenamenti?
Sì, correndo mi sono fatto male alla schiena e adesso sono fermo da un paio di mesi. Poi mi sono iscritto all’Aero Club di Torino, dove sto prendendo delle lezioni teoriche. I primi di giugno inizio a pilotare.

La spaventa?
Ho cinque chili di libri da studiare per prendere il brevetto. Faccia lei.

E per le lingue come fa?
Tre volte a settimana studio inglese. E poi c’è anche uno psicologo della prestazione, il “Prof” come lo chiamiamo noi, Beppe Vercelli, che mi sostiene.

Ma come nasce questo progetto?
Circa dieci anni fa, a una cena, ho incontrato l’astronauta Maurizio Cheli. È una persona incredibile e mi ha chiesto di presentare la sua autobiografia. L’ho letta e sono impazzito.

In che senso?
Conoscevo la sua vita meglio di lui e ho iniziato a pensare di farci uno spettacolo. Ricordo che ero in piscina a Pecetto con il presidente di Altec, che mi ha proposto di andare a trovarlo. Da qui iniziai a maturare l’idea di uno spettacolo sullo spazio.

E come si arriva poi al progetto di diventare astronauta?
Alt, io non posso diventare un astronauta, perché devo avere mille ore di volo su un aereo ad alta prestazione alle spalle. Posso essere solo un passeggero. Comunque ho iniziato a leggere e studiare. In dieci anni avrò letto circa 600 libri: dagli albori dell’aviazione ai principi dell’aerodinamica.

Cosa ne pensa di questo nuovo progetto sua figlia Ludovica, che il pubblico ha conosciuto con lei durante l’avventura di Pechino Express?
Ludovica è divertita e mi segue molto. Carlotta invece, la mia figlia più piccola, all’inizio rideva, non ci credeva diciamo. Poi ha visto che ho perso molto peso, è venuta con me all’Aero Club. Ora è incuriosita e mi aiuta a raccontare il progetto sui social.

È riservato sulla vita privata. Non si sa molto ad esempio del rapporto con le sue figlie, come mai?
Sto attentissimo. Penso che si debba poter decidere se apparire o meno. Le mie figlie, se e quanto decideranno cosa fare nella vita, sceglieranno. Non critico gli altri, ma penso al figlio di Fedez che non ha ancora l’età della ragione ed è già famosissimo.

Una cosa di lei però la sappiamo: se dovesse realizzare il suo sogno, sarà il primo granata in orbita…
Sì, alla grande! (ride). Dopo che il Toro si è salvato posso solo andare in orbita.

C’è stata un’aspra contestazione dei tifosi contro Cairo. Pensa che dovrebbe andarsene?
Mi ricordo che quando Cairo ha preso il Toro stavamo per fallire. È un grandissimo imprenditore che ha rimesso in piedi un’azienda. Oggi gli chiedo: Cairo, te ne frega ancora qualcosa del Toro? In una squadra non contano solo i giocatori, serve la dirigenza. Cairo è impegnato con il Corriere, La7, pubblicità. Non sta a me dire che cosa fare, da tifoso sogno un principe arabo pieno di soldi che voglia giocare. Se non c’è, spero che Cairo dedichi un po’ più di tempo al Toro.

Se avesse una bacchetta magica farebbe comparire un principe arabo. Parliamo di maghi: gente dai poteri straordinari o ciarlatani?
Ho iniziato a fare il mago quando avevo otto anni. Ora ne ho 58. Da bambino mi piaceva meravigliare gli altri e questo mi faceva sentire grande. Oggi sono grande, continuo a far meravigliare, e questo mi fa tornare bambino. Non mi interessa se pensano che sono un ciarlatano, io voglio sono divertire.

Cosa è successo con le Iene invece? Perché ha lasciato il programma che l’ha resa famoso?
Ci ho lavorato per 15 anni e ho visto l’inizio del programma. La prima puntata di pazzi scatenati con Lillo e Greg, Lucci… Siamo nati con l’idea di fare cose diverse da quelle che succedevano in televisione. Eravamo una famiglia, un piccolo gruppo di artigiani che voleva usare linguaggi diversi. Dieci anni fa ho lasciato.

E come è cambiata la trasmissione negli anni?
La famiglia ha iniziato a trasformarsi in Pmi. E le aziende funzionano con fatturati e meccanismi diversi. Io non mi ci riconoscevo più. Quando ho percepito che stava iniziando a diventare un’azienda troppo grossa me ne sono andato. Oggi è una multinazionale.

Si sente ancora una Iena?
No, nel momento in cui ho lasciato il gruppo ho smesso di essere Iena.

Con Invisibili ha raccontato le storie degli ultimi, di senzatetto e persone che vivono al limite. Una realtà che a Torino è molto radicata. Che cosa ne pensa?
Dopo Roma siamo la città più importante dal punto di vista dell’attenzione per i senzatetto. Penso al Cottolengo, ad esempio.

Come vede la città oggi?
Io sono sabaudo e se inizio a parlare di Torino non smetto più. Abbiamo inventato l’impossibile e abbiamo insegnato al mondo a vivere. Ieri ero al museo Egizio. Basta? È il primo al mondo.

Questo è il bello di Torino. Ma cosa meriterebbe di essere denunciato?
Secondo me avremmo dovuto sfruttare meglio il biglietto da visita delle Olimpiadi invernali, che hanno fatto vedere Torino al mondo.

A ottobre si vota. Lei con chi sta?
Io sono molto amico di Sergio Chiamparino, andiamo a cena insieme e da sempre sono legato a quella parte politica, sia per amicizia che per stima del lavoro che ha fatto, ma oggi penso che non esista un’idea politica per gestire la città. Per amministrare bene devi essere bravo a fare le cose che servono a prescindere dal partito a cui appartieni.

Eppure un partito serve sceglierlo alle urne…
Alla sinistra dico: la piantate di litigare? Vi prego. Se questo è il modo di amministrare, preferisco non andare a votare. E sarebbe la prima volta nella mia vita. Vedo Paolo Damilano, che conosco e so come lavora bene per le sue aziende. Ma penso che amministrare una città sia diverso da amministrare una azienda.

Non le hanno mai chiesto di fare politica?
No, non sono capace. Ho troppo rispetto per un mestiere che è davvero difficile. Guardiamo i Cinque Stelle. Erano spinti dalla voglia di fare la differenza, ma non si rendevano probabilmente conto di cosa volesse dire amministrare. Se ne sono resi conto durante il mandato. Facendo tanti errori e toccando con mano la differenza tra teoria e pratica. Ho incontrato Chiara Appendino molte volte e mi sono reso conto di quanto è diventata brava. Quanto è cresciuta da quando ha iniziato? E ora deve andarsene.

In una recente intervista ha detto di aver imparato che gli errori sono una miniera d’oro. Ce n’è uno che non avrebbe voluto commettere?
No, penso che tutti gli errori che si fanno servano a crescere.

Ma ci andrà mai nello spazio?
Sinceramente? Non lo so.

E allora perché lo fa?
Voglio spingere le persone a sognare.

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