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Il Borghese

Il male va guardato in faccia

Sabrina l’ho incontrata in un bar della stazione centrale di Milano. Era un giorno di primavera, lei aveva scritto al Giornale un paio di lettere accorate e Indro Montanelli che era curiosissimo le aveva lette e poi me le aveva passate. “Vedi se ti parla, ne potrebbe venire fuori una bella storia”. Erano gli anni novanta e Internet era di là da venire.

Sabrina non aveva fatto cenno a un numero di telefono, dunque le scrissi un biglietto. Poche parole, che temevo cadute nel nulla. E invece lei mi rispose chiedendomi di incontrarla davanti a una tazzina di caffè. Era bella, a modo suo. Alta, slanciata, con il naso leggermente aquilino che le aggiungeva un tocco di severità. E soprattutto era innamorata. Di un gangster. Anzi del gangster, il bel Renè al secolo Renato Vallanzasca, re delle rapine e delle evasioni. Bello e diabolico. Sabrina se ne era invaghita leggendo ogni riga scritta che lo riguardava, aveva ritagliato le fotografie e poi aveva cominciato a inseguirlo nelle carceri dove veniva trasferito.

Un fiume di lettere fatto di fogli rosa pallido e profumati in cui la parola amore trionfava su qualunque argomento, cucina compresa. Lettere che non ho mai letto, ovviamente. Ma una sì, quella di Renato che chiedeva una fotografia in costume da bagno e si lagnava del cibo e delle sigarette perché non trovava più la sua marca preferita. Di amore, manco una parola. Ho capito in quell’istante che cosa voleva Sabrina: una sorta di lasciapassare letterario per poter incontrare il suo amato. Se ne andò delusa e forse mi odiò un poco per quel pezzurello che ne venne fuori in un piede di pagina.

Oggi, scoprendo che quel diavolo di Gabriele, colpevole di aver distrutto la passione e anche la vita della povera Gloria, non solo ha un nutrito gruppo di fans su Facebook, ma anche giovincelle e non che gli scrivono lettere con fiori e cuoricini vergate al computer, ho la conferma che i criminali emanano un fascino perverso. D’altra parte questa era anche “l’arma professionale” del truffatore Gabriele e il fatto poi che queste fanciulle – e non – si scambino ancora le sue immagini di bello e maledetto e le confrontino con quelle attuali dove lui è ingrassato e in catene non fa altro che acuire l’aspetto drammatico da mediocre sceneggiato televisivo. E fa riflettere anche il nostro ruolo di comunicatori che, tra un titolo e un’immagine, concorriamo a creare miti orribili che poi scavano fantasie nelle menti fragili. Dunque la domanda delle cento pistole: dovremmo tacere, censurare, nascondere? Ovvio che no, il male va guardato in faccia.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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