Mal di Pansa

Giampaolo Pansa ci ha lasciati, ma resterà nella memoria e nel cuore degli onesti. Non dei compagni, quindi, che lo odiarono da vivo e lo odieranno da morto. Loro, dopo la pubblicazione del “sangue dei vinti” e di tutti gli altri libri sulle nefandezze perpetrate in Emilia dai partigiani tra la liberazione e il 1948 nel “triangolo rosso” (migliaia di morti, fucilazioni di massa, assassinii, torture, violenze, stupri, furti, saccheggi), lo avevano scomunicato. Bocca, Curzi e molti altri gli diedero esplicitamente del traditore, venduto a Berlusconi, revisionista. Per anni gli autonomi dei centri sociali cercarono di impedire le presentazioni di questi suoi libri nelle librerie, quasi sempre riuscendoci. Ma Pansa scalò sempre le classifiche a dispetto del muro di silenzio eretto dai media di regime e dell’ostracismo dell’intellighenzia rossa. Non poterono neanche sputtanarlo come falsario, perché si era documentato in modo ferreo. Il grosso del lavoro l’aveva già fatto nel 1966 il giornalista e storico Giorgio Pisanò, ma era stato facile per la sinistra liquidare gli scritti del senatore missino come tesi di parte. Con Pansa, uomo di sinistra, non poterono. E comunque, al di là dei numeri, Pansa ci aiutò a capire la differenza che ci fu tra la violenza militare nazifascista (i cui esecutori terminali dipendevano da una filiera di ordini superiori) e quella partigiana, dove (specie dopo la liberazione) prevalsero spontaneismi, vendette, avidità, interessi personali, iniziative banditesche e crudeltà gratuita. Fu un piccolo campionario di quello che ci sarebbe toccato se la Dc non avesse vinto le elezioni del 1948. Un grazie a Pansa per avercelo descritto.

collino@cronacaqui.it

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