Maestra
Cronaca
IL CASO

Maestra milionaria morta in casa. Amante nei guai: «L’ha circuita»

È accusato di averla spennata. La colf della donna: «Voleva lasciarlo»

«Una persona estremamente semplice e dolce». È stata ricordata così ieri al processo che vede imputato l’ex amante per circonvenzione di incapace, Maria Giuseppina Romani, detta Giusi. La “maestra di Vanchiglietta”. Trovata morta nella propria casa di corso Belgio 66 il 24 novembre 2018 a 59 anni. Parte lesa di un procedimento in cui G. Z, assicuratore, è accusato di averla sedotta e circuita, ottenendo negli anni 700mila euro e l’intestazione a sé, come erede universale, del testamento di lei.

A Vanchiglietta Giusi era molto conosciuta, e lo era anche il padre, noto benefattore che l’aveva adottata a 18 mesi e che alla figlia aveva lasciato un patrimonio da sette milioni di euro. Denaro che Giusi Romani avrebbe voluto donare a una fondazione per l’infanzia, nel nome del padre. E che poi invece regalò, in parte, all’uomo di cui si era innamorata, che aveva una compagna e tre figli.

L’inchiesta, svolta dal reparto di polizia giudiziaria della municipale, e coordinata dalla pm Giulia Rizzo, era nata dopo la morte di Romani. Un decesso che era parso sospetto, visto che la donna godeva di buona salute, era recentemente guarita dall’epatite, e ogni giorno camminava da casa sua fino alle Vallere. «L’ha uccisa il suo amante», la soffiata che diede vita all’indagine aperta per omicidio volontario e poi archiviata perché non erano stati trovati riscontri a sostegno degli indizi raccolti. Dall’autopsia eseguita dal medico legale, Roberto Testi, non era emerso nulla. Nessuna traccia di sostanze che potessero spiegare il vomito trovato nel bagno.

Da quella prima indagine ne nacque una seconda, per circonvenzione di incapace, che invece è andata avanti. Per i periti Giusi Romani non era inferma psichicamente. Per il consulente della pm, Maurizio Desana, avrebbe però avuto una “deficienza psichica” provocata da un “amore morboso” (parole usate ieri da un’amica bancaria di Romani), che si sorreggeva, ha detto il perito, soprattutto su fantasie, non su elementi di realtà. Lo ha spiegato anche la colf Rita, dal ’96 in servizio in casa Romani: «Lui andava da Giusi, dal lunedì al venerdì. All’inizio stava mezz’ora, poi un quarto d’ora. Faceva colazione, andava in bagno e poi via al lavoro. La sera passava per mezz’oretta. Due noccioline, un succo e tornava dalla moglie. Il mercoledì veniva a pranzo».

Li ha definiti “i mercoledì magici”, ieri, il dottor Desana, per indicare le “briciole” di un rapporto «su cui la donna fantasticava, anche se i tempi di visita erano molto ridotti e i due non erano mai stati nemmeno una volta al cinema». Secondo il perito della difesa Franco Freilone invece, «non c’era nulla di patologico». Romani aveva donato all’amante anche una casa sotto la Mole, dove lui le aveva promesso una vita insieme. E aveva comprato una seconda casa, in strada Sassi, per la compagna e i figli di lui. Tutto trascritto sul diario, dove la maestra annotava ogni dettaglio, oltre alle proprie emozioni. E nelle 160 lettere d’amore scritte all’imputato, analizzate dai periti.

«Si erano conosciuti quando il papà era in vita per delle polizze – ha detto ieri la colf al giudice Cristiano Trevisan – poi quando lei restò sola iniziò la relazione. All’inizio lei era felice ma poi non c’era più nulla. Giusi pagava le vacanze a lui e alla famiglia di lui all’isola d’Elba, ma lei stava sempre a casa da sola. Le dicevo: ma ti sembra normale? Lei rispondeva che lo amava. Prima di morire la vedevo preoccupata – ha aggiunto Rita –- piangeva tutte le notti e diceva: sono il suo bancomat. Il giorno prima che morisse l’ho vista e mi ha detto che quella sera voleva lasciarlo. Era venerdì. L’ho trovata morta la mattina del sabato».

«Si trattò di una morte naturale, e l’autopsia venne eseguita come atto dovuto in seguito a voci di quartiere – ha specificato l’avvocato difensore Claudio Strata – tra i due c’era una relazione e non c’è stato alcun reato. A posizioni invertite nessuno avrebbe mai aperto un processo».

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