Mihajlovic
Il Borghese

L’uomo che ha vissuto tre vite

Diceva sempre di aver vissuto tre vite Sinisa Mihajlovic. Nell’estate 2019 aveva cominciato l’ultima, quando gli avevano diagnosticato una leucemia mieloide acuta. Probabilmente la sua vita più dura, la più inaspettata, specie per un omone grande, grosso e potente – i suoi bolidi su punizione da giocatore erano imparabili per qualsiasi portiere – come era lui. Una malattia che lo ha fiaccato, smagrito ma che nonostante tutto gli ha fatto mostrare ancora di più il coraggio e la dignità che ha sempre mostrato da calciatore prima e da allenatore poi, andandosi a sedere in panchina – tra una chemio e l’altra -, in mezzo ai suoi giocatori, davanti ai suoi tifosi e anche davanti a quelli avversari, nonostante il suo fisico scultoreo fosse stato “eroso” da quel brutto male.

«Ora mi godo ogni minuto, anche una semplice passeggiata», ci aveva detto nel gennaio del 2020 quando il nostro giornale gli aveva consegnato il “Premio Coraggio”. Minuti che da ieri non scorrono più. Il tanto temuto giorno è arrivato. Nell’ultima settimana qualche Tweet, di chi lo conosceva bene, aveva fatto temere il peggio. Peggio palesatosi nelle prime ore del pomeriggio. Ad annunciare la sua dipartita la numerosa famiglia – da poco era diventato anche nonno di Violante -, in primis la moglie Arianna: «Una che ha più palle di me», ripeteva sempre Sinisa.

«La moglie Arianna, con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic». «Uomo unico professionista straordinario, disponibile e buono con tutti – prosegue il comunicato -. Coraggiosamente ha lottato contro una orribile malattia. Ringraziamo i medici e le infermiere che lo hanno seguito in questi anni, con amore e rispetto, in particolare la dottoressa Francesca Bonifazi, il dottor Antonio Curti, il Prof. Alessandro Rambaldi, e il Dott. Luca Marchetti. Sinisa resterà sempre con noi. Vivo con tutto l’amore che ci ha regalato».

Morte ingiusta, prematura. Scrivono i famigliari. Sì, perché Mihajlovic aveva 53 anni. «A volte mi sento come se avessi vissuto 150 anni – diceva Mihajlovic, raccontando la storia della sua vita -, per quante cose ho visto, una vita che ne vale almeno tre». Una vita segnata dalla povertà e dalla guerra fratricida nei paesi dell’ex Jugoslavia: «Dove mio zio, croato, fratello di mia madre, voleva uccidere mio padre, “scannare quel porco serbo”. Fu trovato dalla tigre Arkan, stava per essere ucciso, gli trovarono addosso il mio numero di cellulare, gli salvai la vita». Amici che si sparavano tra loro, famiglie disgregate.

Lui, Sinisa Mihajlovic, in quei posti ci è tornato solo qualche anno fa. A “salvarlo” quella volta è stato il pallone, le sue magie su calcio di punizione, quelle con cui toglieva le ragnatele dall’incrocio dei pali, più che passione, una vera e propria ossessione per Sinisa. All’epoca dello scoppio della guerra, lui si trovava in ritiro con la nazionale slava. Convinse i genitori a trasferirsi a Budapest ma il padre dopo qualche tempo volle tornare in patria: «Non voglio scappare», disse. Orgoglio serbo che Sinisa ha ereditato. Quell’orgoglio che Mihajlovic ha sempre messo in campo e fuori.

Tutto è cominciato nella sua Vukovar, nel cortile di casa, dove Sinisa costringeva il fratello Drazen a giocare da portiere, usando come porta il cancello di casa. Era così fino a quando non tramontava il sole. Poi un campetto con due porte senza reti. Amava più calciare che correre. Papà Bogdan, morto a 69 anni, faceva il camionista. La mamma Viktorija badava ai due figli, Sinisa e Drazen. Ma la famiglia Mihajlovic, come ha più volte raccontato Sinisa, anche economicamente non se la passava bene. «Da piccolo adoravo le banane, ma non avevamo i soldi, mia madre ne comprava una e la dovevo dividere con mio fratello. Una volta le ho detto: quando divento ricco mi compro un camion di banane».

Ricco, Mihajlovic lo è diventato, grazie al calcio. Sinisa ha vinto quasi tutto quello che c’era da vincere. La Coppa dei Campioni 1990-1991 con la Stella Rossa, a Bari. E sempre con la Stella Rossa la Coppa Intercontinentale. Nel 1992 Mihajlovic arriva in Serie A, alla Roma, che lo acquista per 8,5 miliardi di lire. Ma è nella Samp che hanno inizio i suoi successi. Nei blucerchiati Sinisa si fa conoscere come uno specialista delle punizioni. Nel 1998 il serbo passa alla Lazio. Sei stagioni alla Lazio di Cragnotti («un luna park per i tifosi»), durante le quali conquista lo scudetto nel 2000, due Supercoppe Italiane, una Supercoppa Europea nel 1999, una Coppa delle Coppe nel 1999 e due Coppa Italia nel 2000 e nel 2004.

Dal 2004 al 2006 gioca nell’Inter, con cui si è portato a casa due Coppe Italia e uno scudetto. Le sue punizioni sono diventate materia di studio da parte del dipartimento di fisica dell’Università di Belgrado, i quali calcolarono una velocità massima dei suoi tiri di 160 chilometri orari. Mihajlovic resterà nella storia del calcio italiano per i tre gol messi a segno direttamente su punizione siglati il 13 dicembre 1998 in Lazio-Samp in una singola partita. Ed è sempre suo il record dei gol segnati su calcio piazzato, 28. Nel 2006 inizia la sua carriera come allenatore proprio con l’Inter, da vice di Mancini. Seguiranno le panchine di Bologna, Catania, Fiorentina, la Nazionale Serba, Sampdoria, Milan, Torino, per poi tornare a Bologna. Il resto è storia recente, triste storia. Ciao Sinisa, ciao guerriero.

paolo.casamassima@cronacaqui.it

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