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L’università dei camosci

Elva è un pittoresco paesino di montagna situato a 1637 mt di altezza a lato della Val Maira (CN). Ha 83 abitanti, molti dei quali lavorano lontano. Privo di impianti sciistici, penalizzato da due strade d’accesso strette e pericolose, non ha particolari attrattive turistiche (a parte lo splendido paesaggio alpino), se non quelle minime: un alberghetto, tre ristoranti, un piccolo museo dei venditori di capelli (con una sola P) e il gioiello. Il gioiello (che merita da solo il viaggio) è la chiesa parrocchiale tardo-romanica coi bellissimi affreschi cinquecenteschi del famoso pittore fiammingo Hans Klemer, noto come “maestro di Elva”. Le attività sono l’agricoltura e la pastorizia. L’eccezione è una sindaca maga, che è riuscita a farsi dare, unico paese in Piemonte, 20 milioni dal fondo europeo PNRR. E cosa ne farà? Un osservatorio astronomico e l’università più alta d’Italia, con tre sedi distaccate. Una si occuperà di agricoltura e allevamento del bestiame; un’altra sarà concentrata sull’alpicoltura (alpi, non api) che è lo studio delle coltivazioni praticabili ad alta quota con particolare attenzione alle erbe officinali e aromatiche, in collaborazione col Politecnico di Torino (architettura e ingegneria). La terza cooperazione sarà con l’università del gusto di Pollenzo e si concentrerà sulle eccellenze alimentari montane, a partire dai formaggi. Che dire? Auguri. Venti milioni sembrano tanti, ma se pensiamo che i banchi a rotelle subito rottamati sono costati 119 milioni, diventano subito pochi. Se fossi giovane, la tentazione d’iscrivermi all’università dei camosci ce l’avrei. E gli altri paesi piemontesi che rosicano imparino a fare i piani giusti per i bandi Ue.
(foto: Valle Maira)

collino@cronacaqui.it

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