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Il Borghese

L’umiliazione del dolore

Marco Cappato è indagato per «aiuto al suicidio» e questa mattina, quando si autodenuncerà ai carabinieri per la vicenda dell’82enne di Peschiera Borromeo accompagnato in Svizzera, si vedrà appioppare di certo la medesima accusa. Dice l’articolo 580 del codice penale: «Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima».

Di fatto non si distingue tra «induzione» o «aiuto» al suicidio: l’induzione è l’atto persino volontario di spingere qualcuno a un gesto estremo; l’aiuto può essere atto di pietà. E qui si impantanano, tanto per cambiare, la giustizia e la politica italiane. Il suicidio, ovviamente, non è reato, almeno in Italia: aiutare chi lo commette, sì. Ergo si è complici di un reato che non esiste. Il fatto è che questo caso è anche diverso da altri, da quello ben noto di DJ Fabbo, una vicenda in cui Cappato è stato peraltro assolto.

Romano, questo il nome dell’anziano accompagnato in Svizzera, non dipendeva da un sostegno vitale artificiale, ma non considerava una vita dignitosa quella affogata in un dolore cui non ci si può sottrarre. Avrebbe voluto poter compiere, in piena coscienza, l’ultimo gesto nel suo Paese, nella sua casa, con i suoi cari: è stato costretto alla clandestinità, esilio della morte. Il tutto nonostante da alcuni anni ci sia una sentenza che obbligherebbe il Parlamento a varare una legge in materia. Oltre l’umiliazione di chi soffre, quindi, siamo direttamente allo sberleffo.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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