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LA STORIA

L’ultimo profugo al parco Stura: “Non resterò qui per sempre”

Said, 43 anni, è originario dell’Afghanistan e vive in una tenda

Chiamare casa le sponde di un fiume non è cosa di tutti i giorni. Eppure c’è chi, non avendo altra scelta, ha costruito il suo piccolo harem a due passi da un corso d’acqua. Nel parco Stura quel che resta della tendopoli dei profughi, sgomberata un paio d’anni da, si trova percorrendo una stradina selvaggia e invasa dalle piante. Lì, in un piccolo piazzale, dimora Said, un uomo di 43 anni originario dell’Afghanistan.

Arrivato in Italia, più precisamente sotto la Mole, un anno fa. Allora era in compagnia di tre connazionali che poi hanno fatto ritorno in patria, almeno così racconta l’ultimo degli occupanti del parco. Tende piazzate in bella mostra, nei pressi di corso Giulio Cesare, pentole e lettini sono quello che passa il convento da queste parti. Dimenticata la piena che ha travolto a novembre i nostri fiumi, le sponde sono tornate a dare ospitalità a chi non ha mai avuto il coraggio di andarsene. «Non ho una casa, non ho nulla – racconta l’uomo che oggi parla un discreto italiano -. Sono l’ultimo di un gruppo che è arrivato qui un anno fa».

Said ha ripreso il posto occupato in passato da un vecchio campo di ragazzi pakistani, poi sgomberato dalle forze dell’ordine. Una tenda, montata a ridosso di alcuni alberi, nella speranza di non dare nell’occhio, è diventata la sua umile dimora. Said ha saputo arrangiarsi, utilizzando un telone verde militare, dello spago e del legno si è costruito un buon riparo dalle intemperie. «Così anche quando piove io sono tranquillo» racconta il 43enne. Le scarpe le tiene sopra delle latte, per evitare che si bagnino.

I vestiti li stende dove c’è posto, a seconda delle condizioni meteo. Un vero e proprio accampamento di fortuna con fornelli per cucinare e spugnette per lavare i piatti nel fiume. Per far bollire l’acqua non serve un comodo accendino, basta saper sfregare dei legnetti o delle pietre. Pro- prio come si fa in un normale campeggio estivo. Ma l’autunno, Said lo sa bene, non è poi così lontano. Come il freddo e la neve. «Non vorrei restare qui fino a 60 anni – continua l’afgano -. Se qualcuno mi desse un’opportunità sarei pronto a ricominciare e ad abbandonare queste sponde». Il passaparola, oggi, è la sua ultima speranza.

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