camera da letto giudice di pace
Cronaca
IL REPORTAGE

L’ufficio del Giudice di Pace diventa una camera da letto per i disperati

Abbandonati da quasi tre anni, i locali delle Vallette sono oggi l’ultima frontiera del degrado e della paura

Gli uffici del Giudice di Pace sono da sempre il luogo preposto per l’amministrazione della “piccola” giustizia, cause civili e penali in tono minore come le controversie condominiali o i ricorsi per le sanzioni amministrative. A Torino questo ente ha trovato casa per trent’anni alle Vallette, in una ex scuola di via dei Mughetti (l’ex don Orione Quasimodo) poi abbandonata nel corso del 2019 causa trasferimento nell’ex carcere Le Nuove di corso Vittorio Emanuele II. Ed è qui che comincia un’altra storia, una brutta storia verrebbe da dire. Il trasloco di montagne di scartoffie e documenti vari ha lasciato un vuoto mai colmato nel quartiere e quei locali chiamati a dare giustizia, che un tempo ospitavano una sessantina di dipendenti e 21 giudici, poco alla volta sono diventati sinonimo di abbandono e degrado. Sgomberati, dimenticati, poi chiusi con lucchetti che sono saltati nel giro di poche settimane. E come tutto ciò che viene lasciato allo sbando, l’enorme labirinto di corridoi e aule tutte uguali è diventato in un lampo il punto di incontro per ladruncoli, sbandati e vandali. E ora persino dei senzatetto che quella cittadella giudiziaria l’hanno eletta a nuovo dormitorio. Il portone principale, cui si arriva attraverso una piccola stradina secondaria vicina alle case popolari, è spalancato. Si entra facilmente. L’atrio sembra essere stato bombardato: ci sono bacheche a terra, vetri spaccati. Di giorno non c’è anima viva ma basta guardare le condizioni di muri e pavimenti per capire come di notte la musica sia tutt’altra. Da rubare, ormai, c’è poco o niente tanto che persino termosifoni e intelaiature sono spariti, al pari del controsoffitto. Mentre i sanitari appaiono in pessime condizioni, devastati e imbrattati per sfregio. Persino con qualche bestemmia. A terra si trovano mattoni usati per spaccare le finestre, estintori svuotati e qualche sagoma che non si capisce da dove sia uscita. Danneggiati anche i quadri elettrici mentre a due passi da un ascensore restano ben visibili a terra i segni dell’incendio appiccato la scorsa estate a qualche faldone dimenticato negli archivi. Gli interni sono così grandi che ci si potrebbe perfino perdere lungo quelle scale a chiocciola che conducono nei seminterrati, dove c’è poca luce e dove si può rischiare di fare incontri spiacevoli. In una stanza, arredata a camera da letto, ci sono due materassi, cuscini e ciabatte. In un angolo un tavolino, una sedia, qualche vestito e qualcosa da mettere sotto i denti. In un’altra aula due porte vandalizzate e a pochi passi giacigli di fortuna e sacchi a pelo. Aprendo una terza porta ecco un tappeto, avanzi di cibo e lattine. Ma nessuna traccia di persone. Clochard, invisibili, che approfittano di una burocrazia lenta e della mancanza di idee. Per l’ex tribunalino, la partita tra il demanio e il Comune di Torino è appena all’inizio. Ma potrebbe essere un match lungo, mentre qui alle Vallette c’è chi da quasi tre anni vorrebbe sicurezza e – magari – un progetto. «Crediamo, dopo tante promesse, di meritare una soluzione» ci raccontavano ieri mattina Marina Trombini e Paolo Biccari, dell’associazione Giustizia & Sicurezza. Sì, perché anche comitati della zona e visitatori dei luoghi abbandonati hanno deciso – a loro rischio e pericolo – di mettere piede in quel groviglio di stanze dove la giustizia non è più di casa e dove, al contrario, ormai tutto è concesso.

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