Foto di repertorio (Depositphotos)
Il Borghese

Una lotta per la vita

La rivolta degli ospizi. C’era da aspettarsela dopo tante croci e tanti contagi tra gli ospiti, quasi tutti molto anziani e dunque fragili e tra il personale medico e infermieristico. Dopo le mail con cui si chiedevano aiuti e dispositivi di sicurezza alle Asl e alla Regione, le attese interminabili per poche mascherine e soprattutto la mancanza dei tamponi è venuto il momento delle rivendicazioni. Una sorta di sciopero bianco che avrebbe potuto essere evitato se la macchina organizzativa della nostra sanità non facesse acqua da tutte le parti. Il primo caso si è verificato a Carmagnola con gli operatori della casa di riposo Sant’Antonio di via Lombriasco che si sono rifiutati di entrare al lavoro senza le dovute garanzie sull sicurezza, e in particolare dei tamponi che, nella guerra al Coronavirus sono il primo vero discrimine. «O ce li fate o non lavoriamo più», Un messaggio secco, lapidario e comprensibile per chi di dovere. tanto che, pur con qualche ritardo i tamponi sono arrivati a riportare la calma. Segno che c’erano ma che era più comodo lasciarli lì, forse a disposizione di chi aveva la forza di fare la voce grossa. Un caso, per ora, ma la situazione, ancora più drammatica perché sulle 700 case di riposo del Piemonte non esistono dati certi su vittime e contagi, fa presumere che le proteste non si fermeranno in questo settore dell’assistenza che è stato sottovalutato da chi sta gestendo l’emergenza. Eppure negli ospizi è in essere da oltre un mese una strage che nessuno può negare con ritardi e omissioni su cui sta indagando la magistratura. Non solo: scriviamo del passato, ma il dramma è quotidiano: si continua a morire mentre inspiegabilmente la triste contabilità delle vittime rimane un mistero.

fossati@cronacaqui.it

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