Eternit
Cronaca
L’UDIENZA Un carteggio dimostrerebbe che i manager erano a conoscenza dei rischi legati al minerale

L’Olivetti voleva l’amianto dell’Eternit: «Condannate i fratelli De Benedetti»

Gli scritti del 1984 con Stephan Schmidheiny nel secondo troncone dell’inchiesta del pm Gianfranco Colace

C’è una cartellina, nei faldoni del processo d’appello per i morti d’amianto negli stabilimenti piemontesi dell’Olivetti. Una cartellina rosa con sopra una scritta: “Eternit dottor Schmidheiny”.

E dentro, ha ricordato ieri mattina in aula il procuratore generale Laura Longo che sostiene la pubblica accusa insieme con i colleghi Francesca Traverso e Carlo Maria Pellicano, un rapporto sull’amianto che dimostrerebbe come i vertici dell’azienda fossero a conoscenza dei rischi legati al minerale già nel 1984.

Un’altra prova, per la procura generale, che per gli imputati devono essere confermate le pene comminate nel processo di primo grado celebrato a Ivrea nel 2016. Allora le condanne erano state tredici. La pena più alta era stata quella dei fratelli Carlo e Franco De Benedetti: 5 anni e 2 mesi per omicidio colposo e lesioni.

In quella cartellina rosa che già faceva parte del fascicolo dei pubblici ministeri del processo di Ivrea c’è molto della storia, spesso tragica, della grande imprenditoria del ventesimo secolo. Un carteggio tra Franco De Benedetti e Stephan Schmidheiny, il patron dell’Eternit salvato dalla prescrizione per le centinaia di morti d’amianto di Casale, Rubiera, Bagnoli e Cavagnolo e oggi nuovamente a giudizio per il secondo troncone dell’inchiesta condotta del pm Gianfranco Colace.

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