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Reportage tra rampe, gradini e trappole

L’odissea di un disabile nella città impossibile [FOTO E VIDEO]

Dal Duomo agli uffici comunali in periferia muoversi in modo autonomo è un’illusione

La beffa arriva come un manrovescio in pieno volto, accompagnato dalle parole garbate e dallo sguardo gentile di un usciere del Comune. Tocca a lui occuparsi dei disabili in carrozzina e indicare loro una pedana in legno, all’apparenza molto precaria: «Abbiamo una rampa provvisoria per la sedia a rotelle, speriamo soltanto che regga». Verrebbe voglia di lasciar perdere e tornare quando «sarà pronto il nuovo montascale». Non fosse che per arrivare fin lì, dopo aver posteggiato in uno stallo per disabili trasformato in una trappola dal parcheggio per le biciclette posizionato accanto, un disabile in carrozzina abbia già dovuto rischiare la propria incolumità in mezzo alla strada. Questa, infatti, sembra l’unica possibilità di scendere da un veicolo attrezzato, facendosi scaricare dal vano posteriore, per poi finire a far lo slalom nel traffico fino al primo marciapiede accessibile.

Solo così è possibile comprendere come per un disabile la discriminazione vera sia quella che all’apparenza offre l’idea della normalità, per cui la possibilità di far qualsiasi cosa in modo autonomo è soltanto un’illusione, spesso, ben confezionata. Un dispetto ulteriore, magari infiocchettato da un latente pietismo o da un atteggiamento assistenzialista che vorrebbe sopperire a carenze concrete, come una pavimentazione che non permette il passaggio delle carrozzine sui marciapiedi, scivoli progettati o manutenuti così male da trasformarsi in barriere, oppure, ascensori e montascale funzionanti negli uffici pubblici solo grazie alla buona volontà degli impiegati.

Perché l’umiliazione, ogni volta, si nasconde dietro una richiesta d’aiuto ulteriore, che non sarebbe necessaria se le politiche a favore delle persone con difficoltà non restassero abbozzate, se non sulla carta o a livello di proclami. Per rendersene conto e avere la percezione di come questa discriminazione sottile riguardi tanto il centro che le periferie, basta poco. E a raccontarlo, mostrandolo in prima persona, ci pensa il presidente della Consulta per le persone in difficoltà, Giuseppe Antonucci.

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