L’odio imbavagliato

Unilever, Coca Cola, Starbucks, Adidas, Reboock, Hewlett-Packard, Ford…. si allunga l’elenco delle multinazionali che sull’onda della mobilitazione Black Lives Matter (e in vista delle presidenziali Usa) stanno togliendo pubblicità a Facebook e Instagram, accusandole di non contrastare abbastanza i messaggi di razzismo e di odio. Attenti. E’ sotto attacco la libertà di opinione, espressione, informazione. Da sempre i grandi inserzionisti condizionano i media aprendo o chiudendo il rubinetto della loro pubblicità. Come minimo ottengono un trattamento di riguardo, e come massimo una vera e propria influenza sulla linea editoriale. Questi subdoli ‘do ut des’ erano stati sconvolti alla fine dello scorso millennio dall’arrivo di Internet, l’immensa prateria virtuale dove tutti potevano sapere gratis tutto, incontrare tutti fin dall’altra parte del mondo, e anche (grazie ai blog prima e ai social network poi) condividere idee, intraprendere azioni collettive, farsi sentire. L’euforia è durata poco. Quando i governi (per primi quelli assolutisti come la Cina) han cominciato a imbavagliare anche Internet, si sono messe a farlo anche le multinazionali del ‘libero’occidente, che oggi ci ricattano su Trump e sul politicamente corretto, e domani lo faranno sull’orientamento sessuale, politico, religioso, alimentare, ambientalista… E poi l’interdipendenza dei concetti opposti (niente esisterebbe se non esistesse il suo contrario) fu codificata da Eraclito già nel VI sec a.C. Se non si può fermare l’amore, lo stesso vale per l’odio. Non basterà farlo tacere per eliminarlo. Anzi, togliendoli la valvola di sfogo dell’esternazione, lo si renderà ancor più micidiale.

collino@cronacaqui.it

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