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Cronaca
LA SERRATA. La prima protesta in Italia contro il colosso

Lo sciopero ad Amazon. «Un algoritmo maligno ci trasforma in schiavi»

Per i sindacati l’adesione è stata del 75%, ma l’azienda tace. Però c’è chi si è presentato: «Ho bisogno dello stipendio»

Le bandiere, anche se non prevale il rosso, sono tante quante quelle dell’ “autunno caldo”. Ma al di la dei cancelli non c’è la fabbrica. Solo un magazzino che non finisce più e dove lavorano come formiche gli addetti di Amazon. Ci sono muletti e catene automatizzate di imballaggio e poi, al piano superiore, gli uffici.

Ritmo forsennato
Il ritmo è forsennato e dal centro della multinazionale a Brandizzo, entrano ed escono rapidamente decine di furgoniPrime”. Al di qua del cancello i lavoratori che presidiano sono meno numerosi delle bandiere e a nessuno salta in mente di allestire un improbabile picchetto come ai tempi delle lotte a Mirafiori o nei vicini stabilimenti della Lancia di Chivasso. La percezione è che, nonostante lo sciopero dei lavoratori, Amazon non abbia subìto alcun rallentamento nella produzione e nelle consegne. I dati sindacali, invece, indicano un’adesione alla serrata del 75%. L’azienda tace e non diffonde stime, solo una lettera di rassicurazione ai clienti: «Le consegne sono garantite. Siamo un’azienda che tutela i clienti e i lavoratori».

L’algoritmo infernale
Ma fuori dai cancelli non tutti la pensano così. Ermanno che è dipendente di un’azienda di trasporto che si è aggiudicata un appalto Amazon, dice: «Noi non siamo messi nelle condizioni di rispettare le norme di sicurezza stradale». Il nemico, a differenza dei tempi dell’autunno caldo, non è il padrone, non è il capitale, bensì un algoritmo. Un sistema informatico che traccia il lavoro dei dipendenti obbligandoli a seguire tempi e modi (specie per le consegne) «inumani». «Pensi – racconta Alfredo – che se dobbiamo consegnare a più clienti nello stesso civico, ma con interni diversi, non dobbiamo superare i tre minuti. Impossibile». Si lavora con affanno, con il cuore in gola per non finire in fondo ad una sorta di lista nera.

La classifica
Quella che lo stesso “nemico” della classe lavoratrice, l’algoritmo di prima, stila senza senza pietà: «E se non ci si classifica tra i primi – aggiunge Antonio, un altro lavoratore -, ben che vada c’è una lavata di capo, oppure una lettera di richiamo. E chi ha un contratto a tempo determinato corre il rischio di non vederselo rinnovato». Tra Brandizzo e la sede di Torrazza gli interinali sono 1.500, i dipendenti (driver compresi), 1.700. Ma i più non sono dipendenti Amazon, ma di ditte o cooperative che hanno vinto appalti per il colosso delle consegne: New Express, Helpe, Madilo, Postal Cok, Tim Work e altre ditte. Anch’esse vittime dello stesso nemico: l’algoritmo malefico. Perché se i loro dipendenti non rispettano i protocolli, l’impresa perde l’appalto.

Il mutuo da pagare
C’è paura. Il timore di rimanere senza lavoro: «È vero che si rusca senza sosta – spiega Bettina che ieri ha deciso di lavorare -, che non ci sono pause, che mancano le clausole sociali, che anche per un giorno di malattia si deve pietire. Ma almeno abbiamo un contratto e una busta paga. A fine mese io devo pagare il mutuo e le bollette. Devo fare la spesa e comprare i libri di scuola per mio figlio». E quando è così si fa il patto anche con il diavolo, il nuovo demone che si chiama algoritmo. «È vero – conclude Conci -, ma io devo trovare un’alternativa. Questo non è lavoro, è una schiavitù».

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