E l’Italia creò Maradona

Adesso forse qualcuno glielo sta chiedendo di persona: «Dimmi un po’, di chi era quella mano?». E lui risponde, con sorriso bambino, «Yo soy Maradona». Per cominciare subito a palleggiare con quel suo sinistro incredibile e raggiungere quel campo che, di sicuro, da qualche parte deve esistere, dove gli dei del pallone, quelli mandati per qualche tempo a calcare la terra, possono giocare una infinita partita. Maradona che dribbla, George Best (morto anche lui il 25 novembre) che inventa e va a rete, Meroni che danza sulla fascia, Gordon Banks che respinge in tuffo. Sì, nel culto laico dello sport, Maradona è stato una delle divinità, amato alla follia e odiato, idolo di un vero culto popolare che partiva dal basso ma arrivava anche agli strati sociali più alti. Di lui si ricorda di più proprio quel tocco irregolare, spudorato, in mondovisione, ai mondiali di Messico 86 contro l’Inghilterra, che non quello successivo, a dribblare mezza Albione. Di Maradona, come di altri, come dello stesso Best, verrà sempre più facile ricordare le cadute dell’uomo più che il talento del campione. E lui di cadute ne aveva avute tante. La cocaina, le foto con qualche presunto boss a Napoli, ma anche il tatuaggio di Che Guevara sulla spalla, la stretta di mano a Fidel Castro, i baci mandati al cielo del San Paolo ma anche quel «hijos de puta» al pubblico italiano, siamo nel 1990, diviso a metà per quella semifinale a fischiare l’inno argentino. E poi ancora i guai con il fisco, il figlio mai ufficialmente riconosciuto, i problemi di salute. Maradona è stato tutto questo, ma soprattutto il talento che porta via da un barrio argentino, dai palleggi con una arancia o una palla di stracci alla Coppa del Mondo alzata al cielo. Maradona ha dato all’Italia il dolore più grande (sempre quella semifinale persa ai rigori…), ma anche le sue prodezze in serie per anni, a tifosi e avversari, tutti ne hanno beneficiato. Era arrivato che era già un fenomeno riconosciuto, era già Maradona, ma non era ancora Diego, solo così, con il nome. Erano gli anni ‘80 e nella nostra serie A grandi campioni potevano essere ingaggiati anche da squadre senza blasoni vincenti, pensate a Zico all’Udinese. Ci avrebbe pensato Maradona a portare il Napoli al primo scudetto. Ma che duelli con la Juve (prima che con il Milan di Sacchi e degli olandesi), con Platini, i due numeri 10 che dividevano l’Italia. Con il pensiero di cosa avrebbero potuto fare assieme: ci fu una sola partita, a Wembley, un’amichevole celebrativa, Diego con il 10 e Michel con l’8. Diceva Platini che ciò che uno poteva fare con un pallone, Maradona lo faceva con un’arancia. Ma per lui il migliore rimaneva Pelé, perché in fondo i due non si sono mai annusati bene, dalla rivalità in campo, alle frecciatine del francese, alle accuse dell’argentino quando scoppiò lo scandalo Fifa. «Se fossi finito alla Juve avrei avuto una carriera più lunga, tranquilla e vincente. Non rimpiango nulla, ma per quel club ho avuto sempre ammirazione e rispetto» disse una volta Maradona. Che oggi sarebbe cosa? Un trequartista, un attaccante anomalo? I fenomeni non hanno ruolo e non puoi paragonare il calcio di allora a quello di oggi, neppure chiedendoti se Messi, all’epoca, avrebbe potuto segnare magari cento gol a stagione. Che nostalgia di quei campionati. E adesso posso anche dirlo, io che da ragazzo non amavo Maradona, anzi nel mio liceo era «il pube de oro» per il fisico non atletico, e lo ingiuriavo per ogni pallone diabolico che infilava nella porta di Tacconi: gli dei non si giudicano mai.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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