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IL PERSONAGGIO

L’insostenibile leggerezza dell’Europa in pericolo: la “profezia” di Kundera

La Russia, l’est dominato, la cultura come libertà

«Nel mondo moderno, dove il potere tende a concentrarsi sempre più nelle mani di pochi grandi, tutte le nazioni europee rischiano di diventare presto piccole nazioni e di subirne la sorte». Sono parole pronunciate quasi quarant’anni fa, eppure assumono un suono quasi sinistro oggi, nell’Europa che assiste e – partecipa – a una guerra ai suoi confini. Sono parole di Milan Kundera, in un saggio del 1983 e che oggi torna anche in Italia, dopo essere apparso l’anno scorso in Francia, in un libretto intitolato “Un occidente prigioniero” (Adelphi, 12 euro, traduzione di Giorgio Pinotti) e che raccoglie, oltre a questo, l’intervento del grande romanziere al congresso dell’Unione degli scrittori, a Praga nel 1967, assieme a due analisi di Jacques Rupnik e Pierre Nora.

Per capire, bisogna partire proprio dal 1967 e dal suo discorso nel momento che sancì la rottura totale tra gli intellettuali (molti dei quali poi perseguitati o costretti a espatriare, come lui che riparò a Parigi) e il potere controllato dai sovietici. Il suo discorso verteva sulla necessità di ritrovare la lingua ceca, in contrapposizione ai modelli culturali di lingua tedesca ed eredità austro-ungarica addirittura, per ritrovare l’identità di una nazione, con essa libertà e indipendenza, con il rifiuto di qualsiasi interferenza da parte dei «vandali», ossia ideologi di regime e censori. «In assenza di valori culturali forti, la sopravvivenza di un popolo in quanto tale è lungi dall’essere assicurata».

Kundera, all’epoca, parla dell’identità di quei popoli dell’Europa centrale che rifiutarono di far parte di un impero, di sottrarsi all’assimilazione. «Nulla potrebbe essere più estraneo all’Europa centrale e alla sua passione per la diversità della Russia, uniforme, standardizzante, centralizzante, che ha trasformato con formidabile determinazione tutte le nazioni del suo impero (ucraini, bielorussi, armeni, lettoni, lituani, ecc.) in un unico popolo russo (o, come preferiamo dire oggi, al tempo della generale mistificazione del vocabolario, in un unico popolo sovietico)».

Scrive Pierre Nora nella premessa al saggio del 1983: «Nel periodo in cui l’Occidente vedeva nell’Europa centrale solo una parte del blocco orientale, Kundera gli ricordava con veemenza che sotto il profilo culturale essa apparteneva interamente all’Occidente». Il saggio si apre così: «Nel settembre del 1956, il direttore dell’agenzia di stampa ungherese, pochi minuti prima che il suo ufficio venisse distrutto dall’artiglieria (siamo in piena rivolta ungherese antisovietica, ndr), trasmise al mondo intero per telex un disperato messaggio sull’offensiva che quel mattino i russi avevano scatenato contro Budapest. Il dispaccio finisce con queste parole: Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa». L’Europa, quindi, era in pericolo. Non perché i carri armati russi potessero invadere altri paesi occidentali, ma perché «in Ungheria era l’Europa a essere presa di mira».

Oggi che Kundera non rilascia interviste né appare in pubblico – addirittura non vuole essere fotografato, «teme che gli rubino l’anima, come gli indiani» scherzò una volta la moglie -, senza cadere nella tentazione di “arruolare” anche lui, l’importanza del suo sguardo assume valenza profetica. Per una Europa che, dinnanzi a questo conflitto, affronta anche l’insostenibile leggerezza di una unità culturale – che nascerebbe da tante unicità culturali – tutt’altro che chiara: «Su che cosa si fonda, infatti, l’unità dell’Europa?» ammoniva Kundera. Di certo, non più sulla cultura che nei secoli ha sostituito la religione, non più – per il già allora pessimista Milanku, poi adorato dall’Europa chic che delle brutture «non parla a cena» – sulle arti, sugli scrittori che sapevano armare rivoluzioni, resistenze. Ed era il 1983…

UN OCCIDENTE PRIGIONIERO
Autore: Milan Kundera
Editore: Adelphi
Genere: Saggistica
Prezzo: 12 euro

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