L’insostenibile ipocrisia dell’arco

Ora in Lombardia si potranno abbattere i cinghiali 24 ore su 24, anche nelle riserve e nelle aree interdette alla caccia, ma solo con arco e frecce. È quanto ha approvato la Regione Lombardia su proposta del leghista Francesco Ghiroldi. Era ora. Più volte dai mass media era stata sottolineata l’invadenza, la dannosità dei cinghiali e la pericolosità legata alla loro proliferazione ormai fuori controllo. Ormai quegli animali sono di casa in piena città, a Roma come a Genova, e oltre a far strage delle colture provocano di continuo incidenti su strade e autostrade, con danni ingenti, feriti e talvolta anche morti. Era ora. Non ci sarà neppure il problema dello smaltimento delle carcasse, perché lo spezzatino di cinghiale con polenta lo apprezziamo tutti. Ora avremo in Lombardia un boom di acquisti di archi e frecce, e forse un esame supplementare (difficilmente la burocrazia si farà sfuggire una simile opportunità) di maneggio dell’arco per poter esercitare la caccia. Ma fa incazzare la scelta dell’arma. Il decreto la definisce “strumento massimamente ecologico”, ma sembra solo un omaggio ipocrita al politicamente corretto. Perché l’arco è ecologico e la balestra no? E poi, se era l’ecologia il criterio nella scelta dell’arma, bisognava limitare la caccia alle sassate e alle bastonate. Tutti sanno quanto sia pericoloso un cinghiale ferito, specie se femmina con prole. Già era difficile stenderli al primo colpo col fucile, figurati con la freccia. Mentre attendiamo le prime notizie d’improvvisati Robin Hood sbranati da cinghiali feriti, mi sa che continueremo a mangiare spezzatino del solito cinghiale: congelato, arrivato dall’est, steso regolarmente a pallettoni.

collino@cronacaqui.it

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