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Il Borghese

L’infezione delle pecore nere

Mafia e politica, mafia e affari. I filoni dell’inchiesta della nostra Procura che ha portato a numerosi arresti tra cui quelli dell’assessore regionale Roberto Rosso e dell’imprenditore Mario Burlò a capo di un gruppo tutt’altro che trascurabile, oltre ad una manciata di picciotti, affermano un teorema da pelle d’oca: i mafiosi sono tra noi. E ieri il presidente Alberto Cirio lo ha confermato quasi con rassegnazione di fronte al consiglio regionale riunito: «La mafia ce l’abbiamo seduta a fianco e non riusciamo a difenderci». Parole che messe insieme alle osservazioni degli 007 della Guardia di Finanza offrono un quadro d’insieme assai inquietante da cui emerge che Torino e il Piemonte sono diventati un territorio di conquista della criminalità organizzata. Che bada al potere e ai business. Ma è possibile che mentre i criminali tentano di abbordare i politici in corsa per una poltrona che conta, altri riescano a penetrare all’interno delle imprese con il gioco delle compensazioni fiscali lecite fino a qualche mese fa? E che l’infezione sia così estesa da dover allargare le braccia sconsolati? Se così fosse viene da chiedersi perché solo ora ci si ponga queste domande, quasi che gli onesti fossero diventati una minoranza. Serve coraggio e, probabilmente, un pugno ancora più duro sulle cosche. Ed è necessaria una tenaglia tra politica, magistratura e forze dell’ordine, così come servono controlli mirati su chi finisce sugli scranni del potere amministrativo. Senza giochetti di partito, senza dover assistere ad un balletto dove proprio la mafia finisce per essere divisiva rispetto al contesto democratico. Come chiedere, come fanno le sinistre, che si torni subito al voto. “In ogni gregge, diceva un prete tanti anni fa, c’è una pecora nera. Ma il colore dominante, resta il bianco”. Dobbiamo credergli.

Buon Natale a tutti.

fossati@cronacaqui.it

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