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Cronaca
(IN)SICUREZZA

L’INCHIESTA. 10mila torinesi prigionieri delle sette

Passati di moda i riti satanici, gli stregoni abbordano le vittime sul web e le spogliano di ogni ricchezza

Anche le sette non sono più quelle di una volta. È come se la pandemia avesse modificato riti e liturgie. Ma l’emergenza resta, forse più di prima, ma in maniera diversa. I dati, almeno, dicono questo. Secondo il ministero dell’Interno in Italia opererebbero 76 gruppi in odore di “setta”, otto solo a Torino, mentre sarebbero 500 le cosiddette “comunità spirituali”, non propriamente strutturate, ma sospettate di riti e azioni “borderline”, almeno riguardo il codice penale. Trenta di queste comunità sarebbero state contate tra Torino e provincia. Sono più di 300, invece, le denunce presentate in Italia negli ultimi 12 mesi e che riguardano presunte attività criminali di questi gruppi, una ventina quelle di marca torinese. Nel solo Piemonte si calcola che almeno 10mila persone abbiano avuto contatti diretti con sette o simili comunità spirituali.

Questi i numeri, ma il panorama è molto diverso da qualche anno fa, tant’è che la squadra anti sette della questura di Torino (nata da un’idea di Nicola Cavaliere, questore della città ad inizio millennio), poi lasciata per anni “a bagnomaria”, è tornata a operare nell’ambito della squadra mobile, ma in modo molto diverso. Non si tratta più di passare a setaccio la collina torinese alla ricerca dei resti di sacrifici consumati da pseudo satanisti, ma di incrociare le proprie informazioni con altri reparti della polizia, quali Polposta e le “fasce deboli” che seguono le vittime delle truffe più odiose. E poi c’è un altro capitolo e questo riguarda la comparsa e il radicamento di sette straniere, prevalentemente animiste e con radici in Africa, quali Mami Wata, Juju, Danxomé, Trokosi e altre ancora di rito Wudù.

Il fenomeno settario mantiene un forte radicamento nella società tanto da far registrare negli ultimi anni un aumento delle affiliazioni. «Dalle richieste di aiuto notiamo un incremento delle adesioni – afferma Lorita Tinelli, fondatrice del Cesap (Associazione italiana vittime delle sette) -. In un momento di crisi generale è naturale che il fenomeno sia in crescita, perché le persone sono alla ricerca di punti di riferimento, che evidentemente non trovano altrove. Il neofita è solitamente una persona in uno stato di necessità spirituale, alla ricerca di risposte esistenziali di un’età già avanzata e spesso di cultura medio-alta». Sono le vittime di plagi belli e buoni, anche se nel codice penale non compare più tale reato. Ma non si tratta più di credere al dio Odino o ad altre sciocchezze simili, ma attraverso esse, il guru di turno o improbabili stregoni ne approfittano per mettere le mani sul denaro e le ricchezze delle vittime. Secondo due indagini che sono in corso e sono ovviamente coperte dal segreto, tali personaggi (italiani e stranieri) agirebbero in modo “scientifico” nell’opera di proselitismo, cioè nella scelta delle loro vittime: «Prediligono le donne, specie se di una certa età, benestanti o vedove» che vengono individuate certamente sul web, ma anche attraverso il controllo del territorio. Così accade (e ciò vale per i gruppi animisti) che gli informatori della setta vengano a conoscenza di profili da colpire nei quartieri dove vivono. Poi le vittime vengono abbordate, al mercato, come sul web, da adepti particolarmente convincenti. I dati relativi a questi fenomeno sono pressoché noti, ne manca uno solo, quello che riguarda il «giro d’affari», cioè il maltolto a ricche vedove, a pensionati benestanti o a giovani rampolli scapestrati della buona società.

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