incendio londra
Amarcord
TRA IL 2 E IL 6 SETTEMBRE 1666

L’incendio devastante di Londra che mise fine alla grande peste

L’80 per cento della capitale venne distrutta dal fuoco

Circa centomila morti in due anni. Tra il 1665 ed il 1666 Londra e l’Inghilterra erano martoriate da una epidemia. Un’epidemia ben più seria del coronavirus che ben conosciamo, la discutibile gestione del quale ha stravolto le nostre vite. Quella di peste era un’epidemia che faceva seriamente pensare di poter contemplare i problemi di questo mondo da un’altra prospettiva: l’eternità. Per permetterci di comprendere cosa vivevano i londinesi del Seicento, basti questo dato: la peste, allora, portò all’altro mondo un cittadino su cinque.

Qualcuno dice anche uno su quattro. Ed era ancora poca cosa rispetto alla peste nera del Trecento, che consegnò il biglietto di sola andata per il Padreterno a un europeo su tre. Insomma, un’epidemia come si deve, probabilmente portata dai ratti che, tradizionalmente, erano il principale veicolo di contagio di questo male. Quella inglese ha però una certa importanza storica, perché fu una delle ultime grandi epidemie di peste della storia europea e perché poteva avere spiacevolissimi sviluppi: l’Inghilterra era, all’epoca, il centro dei traffici mondiali. Che sarebbe potuto succedere se, da Londra, il batterio si fosse diffuso in altre aree del mondo?

La fortuna – si fa per dire – fu che Londra andò a fuoco. Nella sciagura, infatti, avvenne un nuovo e tragico avvenimento: il grande incendio che avvolse la capitale inglese tra il 2 ed il 6 settembre 1666. Londra divenne una immensa fornace: si calcola che andarono in fumo 13200 abitazioni, 87 chiese (tra le quali l’antica cattedrale londinese di San Paolo), quattro ponti in legno sul Tamigi e tre porte civiche. Bruciò l’80 per cento della città. In altre parole, fu il più devastante incendio che colpì una capitale europea fino all’epoca recente. Straordinariamente, il numero di vittime fu assai modesto – pare – ma le fiamme fecero perire la stragrande maggioranza dei ratti che popolavano la città e che trasmettevano, tramite le pulci che li infestavano, la peste. Il governo inglese sfruttò l’evento per incriminare i propri oppositori politici, in particolare i soliti cattolici che, dall’epoca di Enrico VIII, erano barbaramente perseguitati su tutte le isole britanniche.

Un tizio, pizzicato dalla polizia, fu accusato di aver appiccato le fiamme in quanto agente del papa: non era vero, ma finì ugualmente a far la conoscenza del boia. Soprattutto, il governo inglese riuscì a ricostruire interamente la città, facendo convergere su Londra immensi capitali per garantire una rapida edificazione della capitale perduta. Prima, Londra era in legno: dopo, divenne una città in pietra e mattoni. Nel giro di pochi mesi, la città rinacque come la Fenice; il poeta John Dryden battezzò l’anno 1666 come Annus Mirabilis: l’incendio aveva salvato l’Inghilterra e l’aveva fortificata. In tutto ciò, bisogna lodare la capacità dei politici di allora, che seppero sfruttare le menti più geniali dell’epoca per ricostruire. E ricostruire bene. Un insegnamento per tutte le generazioni.

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