Torino (foto Depositphotos)
Buonanotte
EDITORIALE DEL GIORNO

L’inascoltata Oriana

Gotto di frèisa in mano, parlavo con un vecchio immigrato pugliese (laureatosi qui) che aveva saggiato l’astio sabaudo degli anni ’50, quello del “non si affitta ai meridionali”. Ricostruivo, fra ‘na fëtta ‘d salàm ‘d la reusa e l’aotra, le quattro grandi ondate migratorie subìte da Torino da due secoli in qua. La prima, quella dei “pacu”, fra il 1820 e il 1860, quasi raddoppiò gli abitanti. Più che immigrazione fu inurbamento: erano tutti piemontesi, contadini e montanari, spinti dalla fame nella capitale a fare i lavori più umili. La seconda, nel primo ‘900, fu quella dei veneti (i “terroni del nord”), ed era già immigrazione operaia. Poi fu la volta dei “mandarin” chiamati dalla Fiat durante il boom. Raddoppiarono la popolazione preesistente, ma furono anch’essi, bene o male, assimilati. Adesso arrivano gli extracomunitari, africani, balcanici, asiatici… e l’integrazione appare ben più problematica. “Fan paura gli islamici – ho detto passando al salam cheuit – per il loro fanatismo religioso”. L’ex tèradapipe addottorato mi ha lasciato di sale: “basta ribattere colpo su colpo, come fa Israele. Ad ogni attentato, spianare un loro paese”. Ho cambiato discorso. Non perché fossi indignato contro la “soluzione forte”, ma perché non avrei saputo cosa proporre in alternativa. Il pugno di ferro non ha finora risolto il problema in Palestina, ma la pratica cristiana del “porgi l’altra guancia” in Europa ancora meno, anzi, lo ha peggiorato. Se nel 1571 a Lepanto i cannoni dei nostri velieri fossero stati caricati a fiori – pensavo – altro che salame, stasera, altro che frèisa! Mentre cercavo la terza via fra Fallacinghiate e arcobaleccate, mi sono versato una grappa. Finché dura…
collino@cronacaqui.it

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