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COLLEGNO Secondo il giudice «un provvedimento ingiusto, ma non si può cambiare»

Licenziata per un monopattino: non riavrà il suo posto di lavoro

La donna ha detto che il gioco era stato recuperato da un collega: niente da fare

Un monopattino malridotto vale un licenziamento? Per i giudici no, di certo è ingiusto, forse troppo severo, ma non si può tornare indietro e la dipendente cacciata non può riavere il suo lavoro. Una doccia fredda per Elisabeth Aicha Ounnadi, dipendente (ex, a questo punto) del Cidiu di Collegno, il consorzio di raccolta rifiuti della zona ovest. Il giudice Marco Buzano le ha riconosciuto il diritto a un risarcimento pari a diciotto mensilità, ma non a riavere il suo posto.

Questi i fatti. La vicenda era esplosa lo scorso anno, quando Aicha aveva denunciato (in particolare su Facebook) di essere stata accusata di furto dai vertici aziendali, per un monopattino rotto, recuperato tra i rifiuti del deposito di Savonera, e destinato al riciclo. Nelle intenzioni, un regalo per suo figlio di 8 anni. «Me l’ha dato un collega, dicendo “portalo a tuo figlio”». Ha anche precisato, successivamente, che quando ha ritirato il monopattino per metterlo in auto, vi ha trovato un biglietto con scritto «Non si fa, la prossima volta ti potrebbero beccare». «Ma io non l’ho letto!». Ed è stata beccata. Risultato, trattandosi di furto, ecco il licenziamento.

Gli avvocati della donna, Paola Bencich e Mara Artioli avevano chiesto il reintegro sul posto di lavoro, ma il giudice ha deciso diversamente: «Il licenziamento – si dice nel dispositivo – non è da considerarsi per giusta causa perché viene ritenuto dal tribunale un “provvedimento eccessivo”, eppure la strada scelta dall’azienda resta valida». Ora i legali valuteranno se presentare ricorso.

Cidiu, tramite l’amministratore Riccardo Civera, replica così: «L’azienda si attiene a quanto deciso dal giudice. Osserva che è stata riconosciuta la legittimità dell’operato dei suoi dirigenti che devono gestire 400 dipendenti e garantire un servizio pubblico efficiente ai comuni soci».

Per Aicha, intanto, c’è anche l’incubo di perdere la casa: «Pensavo proprio di poter tornare al mio lavoro. Mi è arrivata una lettera di decadenza dall’alloggio, perché con i pochi soldi della disoccupazione o pagavo l’affitto o davo da mangiare ai miei figli».

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