CarloCalenda
Politica
INTERVISTA AI LEADER

«Letta è infantile, così divide il Paese tra buoni e cattivi» [VIDEO]

Parla Carlo Calenda

«Quando un uomo con uno slogan incontra la realtà con le sue complessità, l’uomo con lo slogan è un uomo morto». Esplode l’applauso all’auditorium del Museo dell’Automobile, dove il leader di Azione Carlo Calenda incontra i suoi sostenitori in vista delle elezioni del 25 settembre. La sala è gremita. Tanti sono costretti a seguire la diretta accampati fuori dalla porta. Moltissimi sono under 20 e qualcuno confessa anche di avere in tasca la tessera del Partito democratico. «È insopportabile l’abitudine del Pd di dividere gli italiani in buoni e cattivi – attacca Calenda -. Se sei alleato loro sei buono, altrimenti no».

A proposito di divisioni. Se Letta è il guanciale e Meloni la pancetta, lei che cos’è?

«Io la pancetta ce l’ho di sicuro. Mi piace anche il guanciale però. Quindi direi che sto nel mezzo».

Parlando di Terzo Polo, dopo Segni ci hanno provato in tanti, ma con scarsi risultati. Oggi è possibile realizzare un progetto di centro?

«Il problema vero non è quello di costruire un Terzo Polo. Serve costruire un Primo Polo, che metta insieme la tradizione popolare – che era rappresentata da Silvio Berlusconi, finché non ha fatto cadere il governo Draghi -, la tradizione liberale e quella riformista. Abbiamo bisogno di un partito che incarni lo spirito repubblicano di cui parla Draghi».

Letta dice che chi vota per voi, vota Fratelli d’Italia. È così?

«È un modo di parlare molto infantile. Io sono un liberale che governa in Europa con il Partito democratico e Forza Italia. È un po’ come se io dicessi che votando Letta si vota il Movimento Cinque Stelle. Anzi, forse lo direi con più fondatezza. Tuttavia, non lo dico: oggi quello di cui abbiamo bisogno è il voto libero degli italiani sulla base del loro convincimento».

Parliamo del vostro programma. Voi siete pro-infrastrutture, pro-lavoro. A cosa dite “no”? Al Reddito di cittadinanza, per esempio?

«Diciamo no a quel pezzo di Reddito di cittadinanza che viene dato alle persone che possono lavorare anche quando rifiutano un’offerta di lavoro. Quello è ingiusto. Il Reddito di cittadinanza è pagato da infermieri, operai… Tutta gente che non naviga certo nell’oro. Se non puoi lavorare va bene il Reddito, ma se puoi lavorare e rifiuti un’offerta è giusto che tu lo perda».

E il salario minimo?

«Sul salario minimo noi siamo d’accordo. Penso che nessuno dovrebbe lavorare sotto i nove euro l’ora in Italia».

E per l’immigrazione, quale ricetta?

«Massimo rigore nel presidi delle frontiere e integrazione delle persone che ci sono. Chiudere gli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati ndr) è stato il maggiore aiuto che si potesse dare alla delinquenza. Le persone sono rimaste per strada e non sai esattamente dove siano. Serve integrazione. Abbiamo bisogno di flussi di persone, di famiglie e di individui scolarizzati per facilitare l’in – tegrazione. Ma ripeto: i confini si presidiano. E le rotte di immigrazione illegale si chiudono».

Parlando dei problemi della scuola ha detto una frase forte: «Meglio essere fascisti che ignoranti». Cosa intendeva?

«Ho detto che a forza di darci, reciprocamente, dei fascisti e dei comunisti, non abbiamo pensato ad esempio al fatto che oggi l’Italia è il paese europeo con la più bassa performance scolastica dopo la Grecia. Ci davamo dei fascisti e comunisti e non ci occupavamo dell’istruzione. Così siamo diventati più ignoranti. È l’esempio più concreto che si possa fare per spiegare quanto questo rumore ideologico di fondo serva poi, di fatto, a non far accadere le cose che servono alle persone».

Lei crede nei sondaggi? La destra è data vincente, ma occorrerà una stampella per governare?

«Boh, non lo so. Io vengo da un’esperienza – quella romana – dove i sondaggi mi davano al 5% e invece ho preso il 20%. Quello che vogliamo fare è molto chiaro: vogliamo creare una situazione per cui si possa andare avanti con il metodo Draghi e con Draghi».

Ma con Draghi ne avete parlato?

«Figuriamoci. Sarebbe una mancanza di galateo istituzionale totale. Tuttavia se non si dovesse riuscire a costruire un governo, ricordo che Draghi è già là».

Obiettivo dichiarato 10%. In realtà quale soglia pensate di raggiungere?

«Non scherziamo, io penso che andremo molto meglio. Credo che già i sondaggi della prossima settimana – gli ultimi pubblicabili – ci daranno al di sopra del 10%».

È così ottimista anche per Torino? La nostra è una città che vota abitualmente a sinistra, fatta salva la parentesi grillina. Si aspetta un risultato positivo?

«Certo che me lo aspetto. Abbiamo un programma che parla ai torinesi. Penso a Einaudi. Questa è una formazione politica che parla allo spirito sabaudo del lavoro e al riformismo e liberalismo piemontese».

Siamo in un luogo simbolo per la città, il Museo dell’Auto…

«E che non lo so? Io ho lavorato cinque anni in Ferrari e venivo a Torino una volta a settimana a occuparmi delle nuove tecnologie internet. Conosco molto bene questa realtà».

È un settore quello dell’auto che è stato spesso trascurato dalla politica. E che preoccupa molto per gli sviluppi futuri non solo di Torino.

«Preoccupa molto anche me. Io sono stato molto critico con l’operazione di vendita di Magneti Marelli, ad esempio. L’avrei bloccata con la Golden Power. Al Ministero avevo detto con grande chiarezza che c’era il Gruppo Brembo disponibile e si poteva costruire un grande polo della componentistica. Marchionne era d’accordo. Sono molto preoccupato dall’operazione Stellantis».

La Fiom parla di 2.800 lavoratori persi fin ora.

«Il problema è dove sta la testa. Se la testa è la Francia è un grosso problema. Io su questo sono molto critico con gli Elkann».

Embraco. Cosa ha imparato da quella vicenda?

«Ho seguito l’Embraco prima, durante e dopo. Sono l’unico a esserci tornato anche quando non ero più ministro. Le dirò la verità: io sarei intervenuto con il Fondo anti delocalizzazione che avevo fatto per l’Embraco e che è stato cancellato da Di Maio. Dopo tre mesi che erano subentrati quelli che non voglio nominare, io avevo detto di intervenire con il Fondo paracadute, ma non c’er a più».

Come fa a dire che non è stata colpa sua?

«Qualunque cosa faccia un ministro, la responsabilità è sua. L’Embraco è una ferita ancora aperta, ma ho combattuto con ogni mezzo possibile fino a far approvare in consiglio dei ministri un fondo ad hoc per loro».

Carlo e Matteo. Vi chiamano i “gemelli diversi”. L’apparentamento con Renzi è stata una necessità o una scelta?

«Condividiamo dalla A alla Z quello che proponiamo agli italiani, questo è l’unico punto. Lui ha fatto un gesto di generosità facendo un passo indietro…».

Ma si fida di lui?

«Ma sì, certo. Dopodiché, è vero che abbiamo litigato ogni giorno quando eravamo al governo. Io gli dicevo che non capiva niente di economia, lui mi diceva che non capivo nulla di politica, ma abbiamo fatto Impresa 4.0 e tante altre cose che sono servite molto. La questione dei rapporti personali in politica è totalmente secondaria. Quello che conta sono i rapporti politici. Io e Matteo Renzi abbiamo avuto una profonda frattura sul sostegno al secondo governo Conte. Questa frattura oggi è ricomposta perché tutti e due riteniamo l’agenda Draghi, e Draghi stesso, l’unica soluzione per l’Italia».

In famiglia come va? Ha poi imparato a fare la lavatrice?

«La sapevo fare anche prima. Il punto è che mia moglie non si fida che io mi ricordi come si fa. Comunque, c’è stato un numero spropositato di persone che ha scaricato il suo tutorial della lavatrice».

 

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