omicidio di Piossasco
Cronaca
IL CASO

L’esplosione, il fucile, il quarto uomo: tutti i misteri dell’omicidio di Piossasco

A casa dell’uomo accusato di aver sparato, i carabinieri hanno trovato anche una grossa quantità di droga

Una casa saltata in aria, una valigia piena di droga e uno degli arrestati che respinge le accuse mostrando anche delle prove che di fatto sembrano scagionarlo.

Sono ancora tanti i misteri legati all’omicidio di Roberto Mottura, l’architetto di Piossasco colpito da un colpo di pistola nel tentativo di difendere la propria famiglia da dei rapinatori. L’arresto da parte dei carabinieri di una banda di albanesi è la svolta in un’indagine che però sembra ancora lontana dal termine. Per ora gli arresti sono stati convalidati e pertanto restano in carcere sia colui che avrebbe sparato, Emirjon Margjini, difeso dall’avvocato Stefano Sambugaro, che i suoi complici, Mergim Lazri, difeso da Annamaria Ferriero, e Flaogert Syla, assistito da Fabio Della Corte. È proprio Syla che durante la convalida ha deciso di parlare, difendendosi sostenendo che il giorno dell’omicidio lui era a casa, in Campania, mostrando anche delle foto con la madre a sostegno della sua tesi, e fornendo una spiegazione anche per i “movimenti” del suo cellulare. Se dicesse il vero, vorrebbe dire che un quarto uomo deve ancora essere individuato.

Nel frattempo, si è ulteriormente aggravata la posizione di Margjini: a casa sua i carabinieri hanno trovato un fucile da caccia modificato il cui furto era stato denunciato a maggio e una valigia con 600 grammi di cocaina e hashish nascosti in un doppiofondo. Una familiarità con le armi che non ha stupito i carabinieri che avevano trovato sul suo profilo Facebook «una foto ritraente una pistola verosimilmente calibro 22 – si legge nel decreto di fermo – ovvero l’arma utilizzata per l’omicidio».

C’è poi il giallo di strada Bramafame 42, la palazzina in cui i tre albanesi si erano rifugiati dopo l’omicidio e che è poi saltata in aria ad agosto. Il connazionale che li ha ospitati e che di fatto li ha incastrati, ammettendo di aver raccolto la confessione di Margjini, ha a sua volta confessato di aver messo mano all’impianto “artigianale” del gas di strada del Bramafame per ospitare anche dei suoi parenti: la famiglia del piccolo Aron Tile, il bambino morto nell’esplosione. Un intervento che con ogni probabilità è all’origine della fuga di gas che ha provocato l’esplosione e la morte del piccolo Aron.

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