AMARCORD BIANCONERO

L’epica del calcio di un tempo quando il Paese era giovane

Ricordi e ritratti del football anni '50 di Ferrero

Un calcio antico e romantico esce dalle pagine di Ernesto Ferrero, con il suo "Amarcord bianconero"

Un calcio antico e romantico esce dalle pagine di Ernesto Ferrero, con il suo “Amarcord bianconero” (Einaudi, 12 euro), un calcio che non era il voyeurismo delle immagini in altissima definizione, l’ossessiva ricerca del momento particolare in una sorta di moviola  che sembra pornografia. Un calcio che era racconto uscito dalle penne di scrittori prestati allo sport, di epica autentica. Lo si dice spesso che un tempo era meglio, ma non è solo questione di romanticismo.
Ernesto Ferrero ci racconta questo calcio antico perché era prima di tutto il tempo della sua gioventù: il tempo delle partite sulla terra battuta di piazza d’Armi, in una lotta tra achei dove però l’impegno non aiutava ad accrescere il talento. E c’è un respiro pavesiano nel ricordare la figura del padre che era stato portiere delle giovanili bianconere e, in una partita sotto la pioggia, si era portato dietro un ombrello, proprio come quel protagonista di un romanzo di Pavese, portiere di calcio, che nell’affrontare una tal squadra dice che potrebbe stare in porta con la pipa in bocca.
Siamo nella Torino del secondo dopoguerra. Ferrero, tifosissimo bianconero che però ama l’atmosfera calda e popolare della tana dei “nemici”, il granatissimo Filadelfia, parte dalla storica partita Italia-Inghilterra e dalla tragedia del Grande Torino, arriva all’astuto «cardinal» Boniperti; John Charles, il gigante buono; e Omar Sivori, Omar Sivori, l’imprendibile, beffardo coboldo italo-argentino. Il funambolico Cesarini viveur da tabarin che arrivava agli allenamenti in pigiama o in smoking, per poi divenire un immenso scopritore di talenti. E il destino della città che si intreccia a quello della Juve anche per ragioni sociali (gli immigrati sceglievano la squadra vincente, del padrone), e non è staffilata da poco dire che i torinese sono monarchici perché, in assenza dei Savoia, si sono genuflessi alla Dinastia e all’Avvocato.
Miseria e nobiltà, passione e fango, i ritratti e le memorie di scrittori che erano folli per il  calcio, scritto e giocato, come Mario Soldati, Pier Paolo Pasolini, Vittorio Sereni, Giovanni Arpino, Osvaldo Soriano, afflati perduti di un calcio che non c’è più e che ha il sapore unico di un epoca in cui tutto il Paese era più giovane.

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