L’emergenza d’autunno

È abbastanza significativo che alla domanda su quante famiglie siano in lista d’attesa per una casa popolare, la vicesindaca Sonia Schellino non risponda. Di certo sappiamo che solo con l’ultimo bando erano quasi 7mila, di cui appena 724 con i requisiti necessari (ossia il massimo del punteggio richiesto, perché sono talmente pochi gli alloggi a disposizione che occorre stringere le maglie), il che non significa automaticamente entrare nell’agognato alloggio.
La questione è spinosa e importante: se il numero di domande aumenta in maniera notevole significa che è aumentato l’impoverimento delle famiglie torinesi, che sempre di più non riescono a far fronte all’affitto o al mutuo, che in tanti sono difatti esclusi dal mercato immobiliare. E l’autunno, sulla scorta di questi numeri, sarà sicuramente caldo, perché quasi certamente dovremo fronteggiare gli effetti dell’onda lunga del lockdown e della cassa integrazione, della futura disoccupazione (non è un caso che al governo si discuta febbrilmente sulla proroga del blocco dei licenziamenti, significa che molte aziende sono pronte ad attuarli) e via di questo passo. Ma l’emergenza abitativa è tema di scontro sociale da molti anni e bisogna essere più che miopi per non rendersi conto che proprio su questo terreno possono concentrarsi le tensioni maggiori. Occorrono più case popolari, sì, ma anche tempi più rapidi di assegnazione, di ristrutturazione di quelle inadeguate, maggiore attenzione alla manutenzione degli immobili di modo che non si trasformino in ghetti malridotti, vigilanza sulle occupazioni abusive. Questo dovrebbe essere un punto evidenziato in rosso sull’agenda politica.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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