Le vertenze con i lumini

Da cattolico non sono contrario alle fiaccolate. Tuttavia è innegabile che quei lumi portati in strada in una lenta processione hanno il significato di qualcosa che si è spento: una speranza, una vita. O, ed entro in argomento, la scintilla che accende il lavoro e di conseguenza il benessere per Torino e la sua provincia. Per dirla tutta, questa idea dei sindacati che si ritrovano in piazza Arbarello il 13 dicembre per dire basta alla crisi occupazionale di Torino e della provincia mi appare più una cerimonia funebre che un inno alla speranza. Avrei preferito quelle cose che si facevano una volta, in pizza e di mattina. Davanti alle fabbriche o alle sedi delle istituzioni: i cortei con le bandiere e i megafoni per rompere questo silenzio infame e pure un po’ degradante sulla nostra vocazione industriale che invece di confezionare capolavori al tornio o in linee di montaggio, produce cassa integrazione, mobilità e, purtroppo licenziamenti. Ieri a condire di lacrime la “Vertenza Torino”, iniziativa organizzata da Cisl, Cgil e Uil, si sono messi in fila i nomi delle aziende malate gravi, morenti o già defunte. Uno stillicidio di nomi e di numeri che trovate in queste pagine o che avete già ben scolpite nella vostra memoria. E i numeri di questa moria: novemila posti di lavoro spariti negli ultimi dieci anni e altri 4mila addetti che rischiano di dire addio per sempre alla loro professione. Una fotografia impressionante che dovrebbe scuotere le coscienze della classe politica e di quella imprenditoriale, altro che lumini accesi. Non ditemi che adesso, passati di moda i tavoli, dobbiamo comprarci i candelieri.

fossati@cronacaqui.it

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