LA RIFLESSIONE

Le storie dell’economia hanno anche un cuore nel futuro post lockdown

Le cronache del Premio Strega Edoardo Nesi

I giorni sospesi, la vita che cambia nel semplice volgere di un pomeriggio, con l’emergenza che diventa lockdown, con il vuoto da riempire, la liturgia quotidiana dei bollettini di morte cui occorre opporre qualcosa in cui credere per il domani. Quello di Edoardo Nesi, “Economia sentimentale” (La Nave di Teseo, 17 euro) non è un romanzo e non è un memoir, non è la cronaca del proprio isolamento e non è un saggio. È una cronaca non di fatti bensì di domande. E nell’affannarsi di virologi (non tutti attendibili) e nel sovrapporsi di voci, il Nesi che è stato industriale, in quella sua Prato dove i cinesi si sono messi in lockdown prima di tutti, usa la letteratura, la sua penna, per rivolgersi all’economia come via d’uscita: «In quei giorni sospesi – ha detto – l’economia mi sembrava sempre più come una una scienza per raccontare la sostanza delle nostre vite, il fervore dei nostri sogni e la miseria delle nostre paure, ad anni luce dal freddo vivo dei numeri di cui si era soliti parlare».

E così questo raccontare-interrogare in cui Nesi lascia fluire la sua voce più vera, utilizzando il toscano come lingua vera e propria e non semplice intercalare, parte da un piccolo inganno, da quando gli era stato chiesto un racconto per una antologia del tipo “lettera a un amico”. Lui, dopo una lunga incertezza e la tentazione di abbandonare, ha finito per scrivere una lettera a un amico da riabbracciare, per il quale darebbe anche un braccio, che in realtà è il padre scomparso. Lui è il destinatario di questi pensieri, di questa ricerca del “dopo”, ma anche il custode del percorso di Nesi: «Mio padre mi ha lasciato una visione del mondo in cui il confine tra ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, è netto e chiaro. E la linea di demarcazione me l’ha indicata con il suo impegno e la sua onestà. Un patrimonio inestimabile».

Per raccontare ciò che aveva in mente, Nesi ha scelto di chiedere a chi ne sa più di lui: economisti, industriali, alcuni erano stati suoi colleghi, per scoprire che forse è vero che il motore dell’Italia non è stato fermato ma ha solo rallentato. Ma questo significa anche qualcuno ha continuato a prosperare e altri si sono ritrovati a perdere tutto o quasi, nonostante i decreti, i provvedimenti, i ristori.

Vediamo così il padre e i suoi “insegnamenti” a quel giovane ribelle che si ritiene un «figlio di papà» e vuole abbandonare la fabbrica, vediamo in una scena veramente meravigliosa l’amico “Mascetti”, sentiamo la voce del Giovannini, percorriamo le vie deserte di una Firenze “liberata” assieme a lui e sua moglie Carlotta per vedere il “Tondo Doni” e poi perdersi nel ricordo di una grande libreria storica scomparsa.

Ecco perché diventa «sentimentale» questa economia di quarantena che ci viene raccontata. Ed ecco perché Nesi sostiene che «La scelta che ci rimane è sfruttare il vuoto come un’occasione». Viene da chiedersi come, dal momento che ironia del destino all’uscita di questo libro ci ritroviamo nella stessa situazione di prima e probabilmente anche peggiore. Peggiori anche le conseguenze che ci saranno per il tessuto economico e sociale del nostro Paese.

Per Nesi, la via d’uscita è investire le nostre risorse «nel sostenibile». Economia sostenibile, sviluppo sostenibile. Perché se con i nostri comportamenti, «che mi sembravano anche giusti all’epoca» ammette Nesi, siamo forse corresponsabili di quanto accaduto, con nuovi comportamenti, come sopravvissuti a una catastrofe, potremmo vedere e costruire qualcosa di meglio.

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