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Lë slip a quadretin

Fino agli anni ‘70 (quando il Comune vietò la balneazione) i torinesi facevano il bagno nel Po. Sulla sponda destra, prima del ponte delle Molinette, c’erano i bagni Diana (di fronte al Museo dell’Automobile) attrezzati con cabine, ombrelloni, docce e bar come anche i Bagni Savoia, situati sotto Cavoretto dove oggi c’è la piscina Lido. Per chi non poteva pagare c’era poco più a valle, libera, la “spiàgia dij brut”.

Di fronte, sulla riva sinistra, c’erano il Lido Millefonti (cancellato dai lavori per Italia ’61) e il Lido Spezia con cabine e docce. Più a monte ancora c’era la spiaggia ‘libera’ alla confluenza del Sangone col Po, resa famosa dalla canzone di Gipo “Sangon blues”. A nord, dove poi sorse il ponte delle cento lire, c’era quella del Meisino (usata ancora oggi) alla confluenza della Stura, libera e frequentatissima perché vicina a rioni popolari come Barriera di Milano, Vanchiglietta, Barca e Bertolla. Alla Pellerina c’era addirittura una grande ‘piscina-laghetto’ col bordo di cemento e l’acqua profonda poco meno di un metro, dove si faceva il bagno anche di notte.

A quei tempi ci si accontentava, e all’igiene si badava solo fino a un certo punto. Come nelle piòle: nessuna di quelle che bazzicavo da goliardo resisterebbe oggi a un’ispezione dell’Asl. Eppure quelle acque e quelle piòle erano le palestre dei nostri anticorpi ‘marca Leon’ grazie ai quali siamo invecchiati sani. Certo, l’acqua non era pulita come si favoleggia, anzi, era molto più inquinata di oggi. Non c’erano depuratori per le acque nere e le fabbriche versavano i loro liquami nelle fogne. Ma noi non ci pensavamo. Magari nuotando ne bevevamo anche. Forse era per quello che da giovane avevo riflessi ramati nella barba.

collino@cronacaqui.it

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