Editori
Il Borghese
L’INTERVISTA DELLA SETTIMANA Giampaolo Verga del Cep

Le sfide dei piccoli editori

Un libro su 10 “nasce” qui: «Dietro noi piccoli editori migliaia di posti di lavoro»

Un libro su dieci, degli oltre settantamila che vengono pubblicati in Italia in un solo anno, nasce in Piemonte, la regione che è quinta in Italia per numero di case editrici, ma per capire l’impatto del settore bisogna calcolare che, stando alle stime della Camera di Commercio, sono 3.334 le imprese piemontesi impegnate nella filiera del libro con 17.280 addetti: di queste, 2.030 a Torino, con oltre 10mila addetti. Si va dall’editore al tipografo, alla cartiera, alle librerie, poi traduttori, editor, un ecosistema in cui il 90 per cento delle imprese ha meno di dieci addetti.

«Sì, è vero – spiega Giampaolo Verga, titolare di Atene del Canavese e presidente del Cep, il consorzio editori piemontesi -, per la maggior parte siamo microimprese, quasi sempre a conduzione famigliare, ma generiamo un gran numero di posti di lavoro e un fatturato importante. Poi è difficile capire quanti siano gli editori puri, perché ci sono imprese che hanno anche l’editoria nella propria ragione sociale, ma magari sono principalmente tipografi: anche se alcuni hanno una storia editoriale importante e tramandano la storia del territorio».

Parliamo proprio di piccoli editori. Che cos’è il Cep?

«Il Cep è un’associazione di editori piemontesi che raggruppa diverse microrealtà. Nasce per creare un po’ di “autoaiuto” tra gli associati. Serve anche per aiutare a sostenere i costi di una fiera. Siamo un po’ come le società di mutuo soccorso di un tempo».

Aiuta anche ad avere più visibilità all’interno del Salone che, tra grandi nomi di autori ed eventi, è “cannibalizzato” dai grossi marchi?

«Ognuno di noi è libero di avere il proprio stand, e in tanti ce l’abbiamo, però con lo stand collettivo del Cep otteniamo maggiore visibilità, certo. Facendo massa critica, unendoci, abbiamo anche maggior peso nel rapporto con le istituzioni. Il Cep è presente al tavolo dell’editoria in Regione Piemonte, per proporre le nostre esigenze e consentire alla Regione stessa di attivare le politiche adeguate per il settore».

Quello della piccola editoria è una forma di artigianato. Siete non a caso vicini alla Cna, corretto?

«Esatto, alcuni sono vicini a Cna. E questo aiuta ad avere rappresentanza a diversi tavoli e ci consente di sopravvivere. Il mestiere di editore non è facile, necessita di molte competenze che spesso da soli non si può avere. Non facciamo solo commercio, facciamo principalmente cultura».

Ci sono aiuti dalla Regione o dalle istituzioni? Ci sono aiuti economici: sono tanti, pochi?

«Dalla Regione abbiamo grande sostegno grazie anche ai bandi che garantiscono contributi adeguati. Poi ci sono altre iniziative, come Hangar, che mette a disposizione strumenti per consentire di acquisire competenze e crescere professionalmente, di crescere come azienda e affrontare le prossime sfide».

Qual è il “nemico” peggiore per un editore: la burocrazia? Il mercato?

«I problemi dei piccoli editori partono dalla distribuzione, che ha costi molto alti e il piccolo editore ha meno potere contrattuale rispetto a uno grande. Il distributore stabilisce i tempi e i modi della distribuzione e della promozione. E decide la percentuale sul prezzo di copertina che trattiene: una percentuale troppo alta per molti editori».

Invece, la questione Amazon, che tra l’altro ora è anche editore in proprio?

«Amazon ha una politica molto aggressiva anche in termini di percentuale, ma consente di avere una grande visibilità, perché, ormai, molti che acquistano un libro lo cercano su Amazon, quasi chiedono che sia presente su Amazon. Se non lo trovano, non lo comprano».

Come se quella libreria virtuale avesse sostituito quella fisica: una volta si diceva che se un libro era nelle librerie del centro, allora era un buon libro. Oggi deve essere su Amazon?

«La vetrina deve essere ampia. È un modo per essere in vetrina ed è una di quelle sfide da vincere per il futuro. Un’altra è quella di capire come proporre il libro, nelle sue varie modalità: come nel digitale, che rappresenta diversi mondi, dall’ebook all’audiolibro, o libri utilizzati per ispirare opere cinematografiche. C’è una forte richiesta, dalla distribuzione, di libri già strutturati come serie televisive».

Il piccolo editore fa ancora da talent scout?

«Più difficile, ora. Il mercato è cambiato. L’aspirante scrittore, ora, ha paura che l’editore non gli riconosca quello che ritiene di meritare. Ogni persona vuole essere scrittore e quelli che si sentono esclusi – senza capire che l’editore applica dei criteri di merito, fa delle valutazioni – vanno verso il selfpublishing. Poi si rendono conto dell’importanza dell’editore e del suo intervento, che non punta a sminuirli…».

Come dicevano, non c’è solo l’editore, ma un gran numero di posti di lavoro che discendono da lui.

«L’editore non si limita a pubblicare: corregge, fa editing, poi ci sono gli illustratori, gli autori di copertine. È un mondo variegato. Abbiamo meno visibilità dei grandi, ma abbiamo un fatturato importante».

Si dice che per diventare milionari con i libri, bisogna essere miliardari in partenza.

«Il nostro è un mestiere che si fa per passione. Non diventeremo mai milionari forse, ma siamo principalmente aziende e quindi abbiamo l’obbligo di fare fatturato, oltre alla cultura».

andrea.monticone@cronacaqui.it

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