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Il Borghese

Le risposte della giustizia

Credo che piacerebbe a tutti noi vivere in un mondo dove il colpevole di un delitto viene individuato e arrestato prima ancora che l’ispettore abbia il tempo di cambiarsi la cravatta e la camicia, come capitava a Derrick. O l’assassino finisce davanti al giudice con ancora addosso lo stesso vestito di quando l’hanno arrestato.

 Così come sembra bello che chiunque uccida una persona investendola con l’auto finisca in manette, incarcerato, magari detenuto brevemente in attesa di una uscita su cauzione e via discorrendo. Peccato che non viviamo in una puntata di “Law&Order”. Ieri, qui a Torino, c’era il ministro della giustizia Andrea Orlando, che si è trovato prevedibilmente a rispondere a domande sul caso di Vasto, sul fornaio-calciatore che ha ucciso con tre colpi di pistola il giovane che, otto mesi prima, aveva investito sua moglie, ammazzandola.

Quel giovane sarebbe dovuto andare a giudizio a breve. Ma per il suo carnefice (che prima è stato vittima) era già troppo tardi: quei mesi trascorsi ad aspettare il cammino della giustizia gli sono parsi intollerabili.

 Il ministro avverte: certi fatti non possono essere scaricati, come responsabilità, sul sistema giudiziario. E precisa: il sistema accerta i fatti, deve farlo, non limitarsi a comminare punizioni e dispensare sentenze.

 Ai lettori che ci hanno scritto su questo tema, rispondo come al signor Osvaldo nella rubrica delle lettere: comprendere (il dolore di quel vedovo che diventa follia) non significa giustificare. E rinunciare alla legge dei tribunali, anche se imperfetta, è rinunciare alla nostra società civile.

Ci piace il sistema giudiziario americano, dove si finisce in carcere per aver bevuto troppo prima di mettersi alla guida (anche senza causare incidenti)? Sì? Vorrei vederli quelli che inneggiano a questo. Dimenticando che altrove non esistono i nostri tre gradi di giudizio (anche se convengo che forse uno è di troppo, soprattutto quando i tempi si allungano).

Non mi piace neanche l’idea del clima d’odio da social network (per quanto concordo che molti dei “leoni da tastiera” che sparano sentenze non siano meglio delle teste vuote che anni fa gettavano sassi dai cavalcavia) che avrebbe istigato quell’uomo a diventare assassino.

 Ritengo che, se qualcuno si fa influenzare a tal punto dai social network o dalla televisione o dai troppi capipopolo della nostra politica, vuol dire che già non era del tutto in sé. Il libero arbitrio ci rende sempre e comunque responsabili delle nostre azioni: quando guidiamo l’auto, se prendiamo in mano un’arma, nel momento in cui rifiutiamo le regole del vivere civile.

E anche se urliamo come ossessi nelle piazze, siano esse reali o virtuali. Dimenticando che le storie della cronaca sono come specchi neri incrinati, da cui può emergere il riflesso di ciascuno di noi: nel bene e nel male. Questo non dimentichiamolo mai, prima di giudicare, condannare, assolvere, fomentare.

Twitter@ AMonticone

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