Da Amatrice a Limone
Il Borghese

Le promesse dei malandrini

Se ci aspettavamo un miracolo della pasta alla amatriciana, il miracolo non c’è stato. I soldi, quelli raccolti a tavola e gli altri che avrebbero dovuto arrivare dallo Stato, sono bloccati dalla burocrazia. E se arrivano c’è un contagocce che li eroga. Morale della favola amara, che l’altra sera un parroco coraggioso ha in qualche modo svelato, ad Amatrice è rimasto più o meno tutto quello che la televisione ci ha fatto vedere subito dopo il terremoto. Oltre a qualche transenna, qualche nastro colorato di rosso ormai stinto dal sole a segnalare il divieto di transito.

Le macerie sono ancora lì e le casette tanto promesse sono così poche da far temere che a quella povera gente tocchi un altro inverno terribile. Don Savino D’Amelio, pastore di Amatrice, l’altra sera era ospite di un altro prete, padre Antonio Menegon che per fare del bene non esita, ogni anno, a trasformare la sua chiesa in una mensa pur di raccogliere beneficenza.

E qui, tra tanti torinesi, ha spiegato che laggiù manca persino il segno minimo della ricostruzione. Un bar, una farmacia, un negozio. Qualcosa che dia la misura della vita che riprende. Persino la speranza pare sia emigrata da quella montagna piena di orgoglio. E allora viene alla bocca, spontaneamente, la parola vergogna. Che dovremmo gridare in coro insieme a tutti quelli che hanno contribuito alla raccolta di fondi, vestiti, oggetti. Gridarlo a chi, a Roma, sa fare solo promesse. E che di lì ci è passato solo con telecamere al seguito. Con passo frettoloso e malandrino.

fossati@cronacaqui.it

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