PremioMihajlovic
Cronaca
IL PERSONAGGIO Domani il ritorno sotto la Mole da ex

Le guerre e la malattia, le 4 vite di Mihajlovic: «Ma sono ancora qui»

La Fondazione Quarto Potere e CronacaQui gli consegnano oggi il Premio Coraggio 2019

CronacaQui e la Fondazione Quarto Potere consegneranno oggi il “Premio Coraggio 2019” all’allenatore del Bologna Sinisa Mihajlovic «per l’intrepida forza con cui ha affrontato la malattia, esempio fulgido per chi vive un momento difficile della propria esistenza».

Coraggio ne ha sempre avuto da vendere, basta ripercorrere la sua vita. Ma dal luglio scorso gliene è servito una dose maggiore. Lui è Sinisa Mihajlovic, il sergente di ferro, che proprio in questi mesi sta vincendo la partita più importante della sua vita, quella contro la leucemia.

«A volte mi sento come se avessi vissuto 150 anni, per quante cose ho visto, una vita che ne vale almeno tre», diceva un anno fa tagliando il traguardo dei 50 anni. Una vita segnata
dalla povertà e dalla guerra fratricida nei paesi dell’ex Jugoslavia: «Dove mio zio, croato, fratello di mia madre, voleva uccidere mio padre, “scannare quel porco serbo”. Fu trovato dalla tigre Arkan, stava per essere ucciso, gli trovarono addosso il mio numero di cellulare, gli salvai la vita».

Amici che si sparavano tra loro, famiglie disgregate. Lui, Sinisa Mihajlovic, in quei posti ci è tornato solo tre anni fa. A “salvarlo” quella volta è stato il pallone, le sue magie su calcio di punizione, quelle con cui toglieva le ragnatele dall’incrocio dei pali, più che passione, una vera e propria ossessione per Sinisa. All’epoca dello scoppio della guerra, lui si trovava in ritiro con la nazionale slava. Convinse i genitori a trasferirsi a Budapest ma il padre dopo qualche tempo volle tornare in patria: «Non voglio scappare», disse.

Orgoglio serbo che Sinisa ha ereditato. Quell’orgoglio che Mihajlovic ha sempre messo in campo. Tutto è cominciato nella sua Vukovar, nel cortile di casa, dove Sinisa costringeva il fratello Drazen a giocare da portiere, usando come porta il cancello di casa. Era così fino a quando non tramontava il sole. Poi un campetto con due porte senza reti. Amava più calciare che correre. Papà Bogdan, morto a 69 anni, faceva il camionista. La mamma Viktorija badava ai due figli, Sinisa e Drazen. Ma la famiglia Mihajlovic, come ha più volte raccontato Sinisa, anche economicamente non se la passava bene.

«Da piccolo adoravo le banane, ma non avevamo i soldi, mia madre ne comprava una e la dovevo dividere con mio fratello. Una volta le ho detto: quando divento ricco mi compro un camion di banane». Ricco, Mihajlovic lo è diventato, grazie al calcio. Sinisa ha vinto quasi tutto quello che c’era da vincere. La Coppa dei Campioni 1990-1991 con la Stella Rossa, a Bari. E sempre con la Stella Rossa la Coppa Intercontinentale. Nel 1992 Mihajlovic arriva in Serie A, alla Roma, che lo acquista per 8,5 miliardi di lire. Ma è nella Samp che hanno inizio i suoi successi. Nei blucerchiati Sinisa si fa conoscere come uno specialista delle punizioni. Nel 1998 il serbo passa alla Lazio.

Sei stagioni alla Lazio di Cragnotti («un luna park per i tifosi»), durante le quali conquista lo scudetto nel 2000, due Supercoppe Italiane, una Supercoppa Europea nel 1999, una Coppa delle Coppe nel 1999 e due Coppa Italia nel 2000 e nel 2004. Dal 2004 al 2006 gioca nell’Inter, con cui si è portato a casa due Coppe Italia e uno scudetto. Le sue punizioni sono diventate materia di studio da parte del dipartimento di fisica dell’Università di Belgrado, i quali calcolarono una velocità massima dei suoi tiri di 160 km/h. Mihajlovic resterà nella storia del calcio italiano per i tre gol messi a segno direttamente su punizione siglati il 13 dicembre 1998 in Lazio-Samp in una singola partita. Ed è sempre suo il record dei gol segnati su calcio piazzato, 28.

Nel 2006 inizia la sua carriera come allenatore proprio con l’Inter, da vice di Mancini. Seguiranno le panchine di Bologna, Catania, Fiorentina, la Nazionale Serba, Sampdoria, Milan, Torino, per poi tornare a Bologna. Il resto è storia recente. Con una salvezza a dir poco miracolosa con i rossoblù e l’annuncio a metà estate della malattia. Sempre al suo fianco la famiglia, i figli ma soprattutto la moglie Arianna «una che ha più palle di me», ha detto Mihajlovic. A fine ottobre, dopo tre cicli di chemioterapia, è stato sottoposto a trapianto di midollo osseo: «Ma io sono ancora qua – ha detto citando una canzone di Vasco -. Ora mi godo ogni minuto della giornata. Tutto quello che prima consideravo normale ora me lo godo in un’altra maniera. Sembra una cosa da niente ma prendere una boccata d’aria è una cosa bellissima. Sono stati 4 mesi difficili, ho conosciuto medici straordinari che mi hanno supportato e, soprattutto, sopportato».

Domani il suo Bologna sarà ospite al “Grande Torino”: i tifosi granata sono pronti a riabbracciarlo. CronacaQui e la “Fondazione Quarto Potere” gli consegneranno il premio assegnatogli con il sostegno degli ex calciatori granata Renato Zaccarelli, Claudio Sala e Marco Ferrante e in collaborazione con lo psichiatra Alessandro Meluzzi e il vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, Ezio Ercole. Dicendogli «grazie» a nome di tutti per quanto fatto e dimostrato nel battagliare contro la leucemia, con grande coraggio.

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