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Economia
IL CASO Progettate male, non hanno risolto i problemi

Le grandi opere inutili: 120 milioni buttati per gallerie e rotonde

Tre tunnel che finiscono contro dei muri o dei semafori. E piazza Baldissera resta un disastro senza soluzione

Invocate per anni e costate poco più di 100 milioni di euro, dovevano semplificare la vita dei torinesi ma hanno finito per rivelarsi inutili o, peggio ancora, dannose. Sono alcune delle grandi opere pubbliche realizzate negli ultimi anni con un unico comune denominatore: sono state progettate male. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, è il sottopasso di corso Potenza ma l’elenco è molto più lungo.

Le code infinite di piazza Baldissera

È la “madre” di tutte le opere mal progettate di Torino. La rotonda di piazza Baldissera, nata dagli interventi sull’asse di corso Principe Oddone per la realizzazione del passante ferroviario. Inaugurata nel 2012, in realtà la sua conformazione attuale è molto più recente e rientra negli interventi del lotto 5 del Passante, costato 8,9 milioni di euro, con il quale è stato anche abbattuto il ponte di via Stradella. Con l’apertura di tutte le strade che confluiscono sulla maxi rotonda, ecco il disastro. Code chilometriche, mezza città in tilt, automobilisti intrappolati. Le ipotesi sulle possibili soluzioni continuano a tenere banco: chi invoca i semafori, chi chiede di ridurre l’aiuola centrale e aumentare le corsie, chi spera in un tunnel. L’unica vera soluzione in realtà l’hanno trovata i torinesi. Sulla propria pelle, hanno imparato che quella rotonda è da evitare e hanno studiato tutti i possibili percorsi alternativi. Nonostante questo, ogni tanto il traffico si blocca ancora, tornano le code e riparte il balletto delle possibili soluzioni. Chissà quanti anni, e quanti soldi, occorreranno prima di veder risolto il problema.

I tunnel che finiscono contro un muro

Se non è un record, poco ci manca. Torino ha infatti ben due tunnel che finiscono contro un muro. Il primo è quello di corso Spezia, che avrebbe dovuto collegare corso Unità d’Italia e piazza d’Armi. Realizzato per Torino 2006, costato 48 milioni di euro (più altri 3,5 di lavori successivi causa allagamenti), ci si è accorti troppo tardi – nel 2003 – che in mezzo c’erano i binari ferroviari. FS non diede il permesso di interromperli per scavare la galleria e il Comune decise di dimezzarla, facendola sbucare in corso Spezia: in pratica, un doppione del tunnel del Lingotto che quasi nessuno utilizza. Fa ancora più rabbia vedere dove sbuca il tunnel Donat Cattin, costato 35 milioni di euro e inaugurato nel 2012 in corso Mortara. Il muro contro cui finisce dall’altro lato, in corso Potenza, infatti in realtà non è quello di una casa ma… di un altro tunnel. È infatti l’imbocco dell’ex galleria ferroviaria della ThyssenKrupp che, se venisse utilizzata e collegata al tunnel di corso Mortara, permetterebbe – di fatto – di collegare corso Principe Oddone a corso Regina Margherita, consentendo di arrivare dal centro città alla tangenziale in 5 minuti. Troppo bello? E infatti, dopo anni e anni di discussioni, il progetto è sempre e solo un disegno in un cassetto.

Il semaforo che nessuno ha considerato

L’ultima delle gallerie torinesi non finisce contro un muro ma contro un semaforo. Costata 7,5 milioni di euro, inaugurata pochi giorni fa, sostituisce di fatto la sopraelevata che collegava corso Grosseto a corso Potenza. Un ponte vecchio e brutto che però scavalcava l’incrocio con via Lucento, mentre il tunnel sbuca proprio lì. E se lo scavalcava un motivo c’era, come per anni hanno fatto giustamente notare i residenti e come in Comune hanno invece scoperto il giorno del taglio del nastro, quando il tunnel si è trasformato in un’unica lunga coda: via Lucento è piccola ma trafficata, anche perché in sostanza collega la ben più grande via Borgaro al resto del quartiere. Risultato: a seconda della temporizzazione del semaforo, nelle ore di punta si blocca o il traffico nel tunnel o quello in superficie. L’ultima idea è quella di indicare il divieto di svolta in via Lucento già all’in – gresso del tunnel di corso Grosseto, in modo da scoraggiare gli automobilisti a imboccarlo. In pratica, la soluzione sarebbe quella di non utilizzare il tunnel. Senza parole.

La seconda corsia mai stata realizzata

Gli errori però non si sono fatti solo in tempi recenti. Il 30 giugno 2000 «in tempo per l’Ostensione della Sindone come promesso» l’allora sindaco Valentino Castellani tagliava il nastro del sottopassaggio di Porta Palazzo: un’opera – costata 36 miliardi delle vecchie lire, pari a 18,5 milioni di euro – invocata e attesa da tutti i torinesi che però la accolsero storcendo il naso. Il motivo ormai lo conosciamo bene: in quel tunnel c’è solo una corsia per senso di marcia. Anche il risultato, a distanza di 20 anni, è ormai ben noto: in gran parte della giornata effettivamente una corsia è sufficiente a evitare il caos che regna nella piazza del mercato, ma nelle ore di punta ci si ritrova incolonnati sottoterra per un bel po’ di tempo, da trascorrere chiedendosi perché mai non si sono fatte due corsie. Un problema che era già stato evidenziato all’epoca della progettazione, tanto che esattamente due anni prima del taglio del nastro, un comunicato stampa del Comune di Torino era stato abbastanza chiaro: «La larghezza complessiva dell’opera, che sarà di 12,7 metri, consentirà in futuro la realizzazione di due corsie per ogni senso di marcia e due marciapiedi di servizio». Inutile dire che da allora in realtà nulla è cambiato: in Comune, dopo Castellani, si sono alternati altri 4 sindaci ma nessuno ha mai neanche preso in considerazione l’idea di allargare il sottopasso. Anche perché da un lato vorrebbe dire chiuderlo per un lungo periodo di tempo e dall’altro bisognerebbe trovare i soldi. E i torinesi? Aspettano. In coda, ovviamente.

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