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Il Borghese

Le fabbriche della vergogna

Il presidente Mattarella dice che «Ogni morte sul lavoro è una perdita irreparabile per l’intera società». A occhio e croce, senza scomodare l’intera società, è già una perdita irreparabile per la famiglia, gli amici, i conoscenti. Una morte, qualsiasi morte, è una perdita delle istituzioni, per quanto adeguata al momento…

La tragedia della Thyssen dieci anni fa ha cambiato la visione del lavoro, della sicurezza, ha riscritto le priorità. Adesso, a distanza di tempo, cosa ci resta? La giustizia tedesca che si burla della nostra, i controlli a tappeto vanificati dalla mancanza di uomini e mezzi, meno riflettori accesi, complice anche il pensionamento di Guariniello.

Non è un caso, forse, che di amianto si sia parlato sempre meno. E anche di Eternit, rimanendo in tema di beffe giudiziarie. Una delle ultime vittime di questa strage infinita aveva solo trent’anni e in quella fabbrica non ci aveva mai lavorato: aveva però giocato nei cortili realizzati con lo smarino dell’impianto, con la polvere bianca che già entrava nei suoi polmoni, anche se non se ne accorgeva.

Se non vogliamo che la Thyssen resti come il monolite delle cattive coscienze di tutti, si provi a rendere reali i tanti grandi propositi di quei giorni e di questi ultimi anni. E questo compito tocca alla politica: stringa meno mani, asciughi le lacrime di coccodrillo e metta in campo misure adeguate, possibilmente sostenute da fondi economici. Perché di lavoro (o di non lavoro) si continua a morire.

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