Magnoni
Scienza
L’INTERVISTA

«Le centrali del futuro piccole e sicure: dal passato abbiamo imparato molto»

L’esperto dell’Arpa analizza i disastri di Chernobyl e Fukushima e il problema delle scorie

Una settimana fa abbiamo aperto il dibattito sull’energia nucleare dando voce ai timori e alle aspettative torinesi; oggi, lo chiudiamo rivolgendo alcune domande a un esperto del settore: il fisico Mauro Giuseppe Magnoni, responsabile dell’area Radiazioni ionizzanti e Siti nucleari dell’Arpa Piemonte.

Professore è possibile riutilizzare le centrali nucleari che abbiamo in Italia. Penso a quella di Trino, nel vercellese?

«Assolutamente no. Quella di Trino è stata un’ottima centrale e ha prodotto grandi quantità di energia fino al 1987, ma oggi è una struttura obsoleta. Bisognerebbe fare qualcosa di diverso».

Ad esempio?

«Le nuove centrali dovrebbero essere di dimensioni più piccole, in primo luogo. Poi si tende a progettarle in modo tale che possano spegnersi automaticamente nel caso in cui qualcosa andasse storto».

Sarebbero a rischio zero?

«Il rischio zero nella fisica non esiste. Il vero problema si ha quando viene meno il sistema di raffreddamento. In quel caso servono meccanismi ausiliari per estrarre il calore ed evitare la fusione del nocciolo. Quello che è successo a Fukushima nel 2011, per intenderci. Lo tsunami non ha danneggiato la centrale in sé. Anzi, durante il terremoto tutto si è fermato correttamente. Il danno si è registrato sul sistema di estrazione di calore».

Si poteva evitare?

«Parliamo di un terremoto di settimo grado, ma se i generatori fossero stati posizionati anche solo due o tre metri più in alto non staremmo qui a parlarne. Il sistema di raffreddamento è il vero tallone d’Achille delle centrali nucleari. Ed è qui che l’innovazione tecnologica ha cercato di migliorarsi negli anni».

E ci è riuscita? Cos’è il nucleare “pulito”?

«L’espressione rischia di risultare come una semplificazione mediatica. Sicuramente le nuove generazioni di centrali nucleari sono molto diverse rispetto al passato. Anche quelle che ancora si basano sulla tecnologia della fissione dell’uranio appaiono più sicure di un tempo. Ci sono poi in campo varie ipotesi di utilizzo di nuovi combustibili, come il torio. Avrebbe un quantitativo di scorie molto inferiore».

Ecco, le scorie. Potremmo avere un deposito per lo smaltimento in Piemonte?

«È stato avviato un procedimento lungo e farraginoso, che si basa su una improbabile autocandidatura. Prevedibilmente nessuno si candiderà e la palla passerà al Governo».

Potrebbe portare dei vantaggi per il territorio?

«Si tratta di una infrastruttura da un miliardo di euro, che comporta rischi molto bassi. In altre parole, vorrebbe dire ospitare, con tecniche molto sicure e collaudate, le scorie che al momento sono sparpagliate in tutta Italia».

Eppure molti hanno paura.

«I due grossi incidenti di Fukushima e Chernobyl hanno influito sulla percezione delle persone. Va detto però che, in entrambi i casi, non si è trattato di disastri legati alla tecnologia nucleare. È fallito il sistema di sicurezza. Anche lo tsunami di per sé è stato un evento eccezionale e le conseguenze sul piano sanitario di Fukushima furono numericamente limitate. Chernobyl fu diverso. Era un reattore con doppio uso – civile e militare – ed era instabile. Abbiamo imparato tutti molto da allora. Dire che non capiterà più nulla del genere non è possibile, ma sicuramente si è imparato parecchio da allora. Teniamo anche presente che in occidente, dopo Chernobyl, ci fu un incremento importante dei sistemi di sicurezza in tutte le centrali e questo le mise fuori mercato».

Non conveniva più produrre nucleare?

«Esatto. In Cina e Corea invece il nucleare non è mai entrato in crisi. Anche negli Emirati Arabi è appena stata costruita una gigantesca centrale».

Ha ragione chi dice che le centrali nucleari non sarebbero pronte in tempi utili per consentire una indipendenza energetica immediata?

«È vero che non sarebbero pronte prima di almeno dieci anni, ma è anche vero che i piani per la decarbonizzazione hanno orizzonti almeno decennali. Non sono incompatibili con la transizione immaginata dal governo. Le energie rinnovabili hanno il grande difetto dell’intermittenza. Servono fonti di energia costanti. O manteniamo ancora per molto tempo in uso il combustibile fossile oppure l’alternativa può essere il nucleare».

Quanto costerebbe costruire una centrale da zero?

«Miliardi. Ma una centrale nucleare può lavorare anche per 60 anni. I costi sono alti nella fase iniziale, ma poi più utilizzi l’infrastruttura e più conviene. Il vero problema sta nel convincere il pubblico ad accettarne la costruzione».

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