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L’arte del riciclo

Ho trovato su una bancarella un libro del 1909: “Far molto con poco” col sottotitolo “L’arte di preparare buoni piatti coi residui della cucina”

Ho trovato su una bancarella un libro del 1909: “Far molto con poco” col sottotitolo “L’arte di preparare buoni piatti coi residui della cucina”. Notare la parola “residui” al posto dell’inaudito (per la mentalità di allora) “avanzi”. In effetti nell’800 (secolo in cui sarà cresciuta Donna Clara, l’autrice) si avanzava ben poco a tavola. Su quelle del popolo era già tanto se si riusciva a mettere il minimo per sfamarsi.

Eppure il pudore e il “decoro” spingevano persino a negare il bisogno agli occhi dei vicini. C’erano famiglie in cui si beveva acqua e si mangiava solo polenta, ma dopo pranzo la mamma sbatteva al balcone una tovaglia macchiata di vino e piena di briciole per far credere che vino e pane non mancavano. Io stesso ho vissuto l’epopea degli avanzi riciclati, anche se avevamo l’auto e la cameriera. Si cominciava dal pane secco, che serviva per la zuppa di caffelatte del mattino.

Il “caffè della colazione” era fatto coi fondi del caffè e il Malto Kneipp. Come pietanze si avanzava ben poco, un po’ perché giravamo tutti a piedi meno papà e avevamo un “aptit da sonador”, e un po’ perché mamma sapeva cucinare il necessario e non di più. I rari avanzi di carne finivano in polpette, quelli di riso in supplì e quelli di pastasciutta in frittate di pasta. E se il pane secco superava il necessario per le colazioni, mamma ne faceva la torta di pan bagnato, con l’uva passa.

La nonna ci incitava a mangiare la frutta con la buccia, e quando ci faceva pelare le patate, se ci vedeva far bucce troppo spesse, diceva “venta pléje, nen sapéje” (bisogna pelarle, non zapparle). A fare economia si imparava da bambini, e nessuno se ne vergognava. Anzi, è uno dei ricordi più dolci e intimi che ho.

collino@cronacaqui.it

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