Andrea Belotti (Depositphotos)
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L’arte del palo

Quale Belotti ha voluto tirare e ha sbagliato il rigore a Roma contro il Toro? Perché di Belotti ce ne sono due. Uno è il ragazzo dalla faccia simpatica detto “il gallo” perché ad ogni gol che segna fa il segno della cresta. L’altro è il capo cannoniere che si è visto appioppare da Cairo un valore minimo di 100milioni, e che forse si è un po’ montato la testa. Tra i due ci sta la sfiga, che al Torino è di casa. Due campionati mondiali (che sarebbero state vetrine preziose) saltati dalla Nazionale. Mai successo. Poi il Covid che ha svuotato gli stadi e un grave infortunio che l’ha tenuto fermo sei mesi. A questo punto il Belotti gallo, il capitano che leggeva il nome dei caduti a Superga, lo sgobbone martirizzato da tutti gli stopper senza perdere il sorriso, sarebbe rimasto al Toro. Ma l’altro, l’Andrea che sognava le “grandi platee” ha voluto accasarsi alla Roma per annusare l’Europa. Inevitabile che facesse panchina, con Abraham, Zaniolo e Dybala davanti, ma a star fuori ci ha messo anche del suo. Gioca male, non è più il gallo d’antan. A Roma dicono che è perché rimpiange il Toro. Ed è forse per smentire quest’accusa che domenica al 90° ha voluto tirare lui il rigore. Ma a quel punto il vecchio gallo di Superga è entrato nel suo cuore. Non poteva matare lui il Toro. Come fare? Farsi parare il rigore o tirarlo fuori sarebbe stato da brocco. Ci voleva un colpo da biliardo, un palo voluto. E neanche interno o pieno, che è pericoloso. Esterno. Innocuo. E così è stato. La faccia stupita, dopo, era già di nuovo dell’altro Andrea, quello delle grandi platee. E noi vecchi granata sentimentaloni a dire “grassie, galàss. A la fin ‘t l’has nen tradine”.

collino@cronacaqui.it

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