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L’aquilone

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È bello abitare in collina. Ma non ai piani alti. Il panorama delle montagne che incoronano Torino è splendido, ma si può vedere anche in città. Invece aprire la porta-finestra e immergersi nel verde non ha prezzo. Ogni albero è una voliera, ogni ramo un pulpito da cui gli uccelli cantano le ore, pigolano le albe, e d’estate c’è anche l’usignolo notturno che lenisce il disagio degli insonni. L’abbaiare dei cani nella valle tiene compagnia, non dà fastidio. Ci si abitua. È come il tintinnare delle greggi al pascolo, o il fischio lontano dei treni. Suoni discreti, abituali, che conciliano il sonno disegnando i misteri del silenzio. Di giorno (ma non dipende dalla collina, l’avrei anche in città) odo la musica più bella: mia moglie che sbriga le faccende domestiche cantando, tra il cocciare dei piatti nel lavello, il frullare del Bimbi, il ronzìo felpato del Folletto… Non fa rumore coi passi, Anna, perché ha sempre camminato a piedi nudi, in casa non resiste calzature. Solo se arriva gente se le mette, altrimenti gira scalza tutto il giorno e se ne arriva nel lettone dopo me con i suoi piedini gelidi che io son lieto di scaldare tra i miei. Fin qui l’orchestra. Ma la cosa più magica è il suo canto. Lei canta come facevano mia mamma e mia nonna, come tutte le donne di un tempo facendo i mestieri di casa. Canta soltanto quando siamo soli, ma lo fa a gola aperta, e si capisce che il suo cuore in quei momenti vola alto come un aquilone. È il canto che glie lo porta in alto, come lo portava alle mondine, ai muratori, ai contadini nei campi, a chi cantava lavorando per sentire di meno la fatica. Canta, Anna, e non sa che il suo aquilone porta via anche le mie paturnie senili.

collino@cronacaqui.it

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