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Il Borghese

L’antidoto agli anti-tutto

Claudia Avernini è l’infermiera di Roma che per prima, in Italia, ha ricevuto il vaccino. Una volontaria, che ha offerto il suo volto e il suo ruolo professionale per la campagna (criticabile o meno) del V-Day. E subito sono piombate le minacce di morte, gli insulti sui suoi profili social, tanto da costringerla a chiuderli. «Vediamo quando muori» le hanno scritto. Come siamo arrivati a questo? Non alla violenza verbale dei leoni da tastiera, ché tanto ci siamo abituati, e neppure alla sfiducia nei confronti della scienza. Che diversi vaccini contro un morbo praticamente sconosciuti siano stati sviluppati e prodotti così in fretta dovrebbe meravigliarci, ma in senso positivo. Dovrebbe renderci persino orgogliosi dello sforzo fatto dalla sempre “cattiva” Europa. Invece no, esiste una minoranza (ma sarà poi tale?) che preferisce fare rumore, insultare, credere ai social network anziché alle prove scientifiche. Liberi di farlo, per carità, ma sempre ricordando che la libertà di ognuno finisce dove inizia quella degli altri. Però è un discorso che non funziona con certa gente, perché nulla è convincente. Gente che va dal medico con la schermata di Google aperta convinta che valga più della laurea… La delegittimazione delle competenze, d’altronde, è iniziata dalla politica ed è proseguita un po’ ovunque e se medici e virologi evitassero troppe comparsate televisive, soprattutto nei programmi sbagliati, non alimenterebbero ulteriormente questo fuoco. E sbagliamo anche noi del mondo dell’informazione, probabilmente: quando una Heather Parisi negazionista parla di qualunque cosa che non sia la danza, dovremmo rispondere «poco ci… cale». Lo spazio su giornali e siti internet può essere usato per scopi migliori: porre domande e fornire le risposte ottenute, per esempio.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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