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L’amico che sta morendo ha nascosto un cadavere. Cosa sai, tenente Stride?

Il poliziotto di Brian Freeman è a un punto di svolta

Non c’è autore di thriller che, a un certo punto, non decida di portare il suo personaggio preferito sul ciglio di un burrone, prima ancora di affrontare un qualche cambiamento epocale – o anche solo di desiderarlo – e chiedete pure a Michael Connelly e a quante volte ha fatto dire «basta» a Bosch, anche se dire basta non si può; oppure a John Connolly che nel tenere il detective Parker sempre sospeso tra questo mondo e l’altro ha pensato bene di spedirlo per un po’ nell’altro; Brian Freeman, che fa parte di quel grande club degli autori americani di thriller, di grandi storie, il suo tenente Stride l’ha portato al limite più volte, tra lutti e prove estreme – l’ha anche buttato giù da un ponte, peraltro – e cicatrici nell’anima. Succede, ed è bene, quando un personaggio evolve, matura, persino invecchia, ché l’indossidabilità in narrativa è roba antica. Il tenente Jonathan Stride la morte l’ha vista da vicino parecchie volte e l’ultimo caso, quella bomba alla maratona, il dover premere lui stesso un grilletto, i rischi mortali corsi da Cat, la giovanissima dalla vita travagliata che lui e sua moglie Serena hanno di fatto adottato, hanno colpito duramente. Ora, in una Duluth senza ghiaccio se non nelle anime, c’è un amico, il migliore amico, il dottor Steve, che si sta spegnendo lentamente. Ma prima, come per rassicurare l’amico, gli confessa di aver sepolto un cadavere, gli dice «stai tranquillo», come se nessuno potesse accusarlo.

“Requiem per un amico” (Piemme, 19,90 euro, traduzione di Alfredo Colitto) parte proprio da quei, da questo cadavere ritrovato, con un foro di proiettile nel cranio, così simile a quegli incubi che affliggono da giorni Stride, incubi dove si ritrova sia la pistola in pugno sia un proiettile nel cuore.

Stride si fa da parte, quei, lasciando l’indagine alla sergente Bei e a Serena, alla caccia di fantasmi del passato, in una vicenda che prende le mosse da una festa di studenti di tanto tempo prima, di una donna che accusa di stupro l’ex quaterback del liceo e ora candidato per il Senato, da un giornalista privo di scrupoli che, tempo prima, ha tentato di portare alla luce quei fatti, scomparendo senza lasciare tracce. Fino a questo cadavere, il suo. E Stride è stato l’ultimo a vederlo vivo.

È un thriller giocato come sempre su diversi piani, con sottotrame che si scoprono non essere mere digressioni in un climax di alta tensione ma componenti stesse della verità. Una verità che deve emergere da parole, sguardi, segreti taciuti, dalle onde rabbiose del lago, dall’anima di un poliziotto che, superati i cinquant’anni e vista troppa morte, è un bivio cruciale, di quelli dove scegli il passato o il presente. Brian Freeman è un narratore prezioso e l’intreccio che sa creare – anche quando sembra che dissemini “salti dello squalo” con generosità – è di quelli che non ti mollano.

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