penitenziaria
Cronaca
IL CASO

L’accusa della trans all’agente: «Mi ha violentata in carcere»

Lui nega: «Sesso sì, ma è lei che ha fatto le avances». E il pm archivia

Un altro caso giudiziario squarcia il velo su quel mondo a parte che si apre oltre le sbarre del carcere. E questa volta non c’entrano rappresaglie a suon di schiaffi e manganellate, ma il sesso.

Lo sfondo è la Casa Circondariale di Ivrea, i protagonisti sono un agente della polizia penitenziaria e una detenuta transessuale che lo denuncia. Giura che lui l’ha ricattata, costretta a concedersi per non subire pesanti ripercussioni. Fornisce date, dettagli, consegna un pezzo di carta igienica su cui dice di aver raccolto il liquido seminale del poliziotto dopo che questo ha preteso un rapporto orale. Il primo, seguito da altri, in quegli uffici della direzione che il sabato restano vuoti e lei, che qui è riuscita a ottenere un lavoro da “spazzina”, pulisce.

Il Dna, certifica la Scientifica della Questura dopo aver analizzato il campione, corrisponde al profilo genetico dell’agente. Ma questo non basta, secondo la Procura che l’aveva iscritto sul registro degli indagati per violenza sessuale aggravata, a sostenere l’accusa in giudizio. E il perché il pm lo scrive nella richiesta di archiviazione poi accolta dal gip. Sostenendo che “non vi è prova che lo sperma acquisito dalla parte offesa sia frutto di violenza sessuale ai suoi danni, perpetrata anche solo mediante abuso di autorità, quanto invece che possa pervenire da quel rapporto sessuale che il querelante avrebbe praticato all’indagato cogliendolo di sorpresa in un momento di debolezza”.

Dunque, ritengono gli inquirenti, non è dimostrato che vi sia stata coercizione. Ma il sesso sì. Quello c’è stato di sicuro. Come del resto ha ammesso lo stesso indagato. «Ho avuto un momento di debolezza – ha sussurrato seduto accanto al suo avvocato – mi ha fatto delle avances e io ho ceduto facendomi masturbare in un’occasione». La presunta vittima, così, in questo copione raccontato da chi si deve difendere, diventa una aguzzina. Una sirena che ammalia un Ulisse in divisa con una inedita molestia al contrario. Convincendolo non a dare, ma a ricevere piacere. «Voleva ottenere piccole agevolazioni in carcere», la teoria dell’agente che ovviamente, integerrimo come è, dice di non aver concesso, scatenando così la reazione della detenuta che per punirlo avrebbe deciso di denunciarlo.

Una versione opposta, ovviamente, a quella che il pm aveva sintetizzato nel capo di accusa poi archiviato basato sulla denuncia della trans, che aveva raccontato di essere stata costretta «in più occasioni» a concedere rapporti orali. «Mi diceva che se non l’avessi fatto mi avrebbe rovinato – il suo racconto -, che mi avrebbe fatto perdere il lavoro o avrebbe fatto trasferire il mio compagno». Un altro detenuto che, quando lei si è confidata, parlandogli degli approcci dell’agente, l’ha lasciata. E poi, sentito dagli investigatori, ha detto di non credere che si fosse trattato di abusi. Un’ipotesi, quella dell’ex ferito nell’orgoglio, che nella richiesta di archiviazione diventa motivo per ritenere poco attendibile la transessuale. Che oltretutto, sottolinea la procura mettendone in dubbio la credibilità, ha presentato altre quattro denunce nel 2019 e nel 2020 “per riferite molestie” che hanno portato all’apertura di altrettanti fascicoli. E poi ci sono le annotazioni di servizio che la descrivono come un soggetto difficile, tenuto sotto osservazione perché non si facesse del male da sè dopo che aveva messo in atto alcuni atti autolesionistici. Un soggetto borderline, insomma. E un caso che secondo la procura di Ivrea e il gip va chiuso qui senza ulteriori approfondimenti. Perché non è provato “con ragionevole certezza” che quei rapporti sessuali siano stati estorti con la violenza o abusando del ruolo che il poliziotto rivestiva. E a quanto pare continua a rivestire.

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