Khaled
Libri
IO KHALED VENDO UOMINI E SONO INNOCENTE

La viva voce di un trafficante nella Libia del post Gheddafi

L’ultimo libro di Francesca Mannocchi, la scrittrice reporter

Da un reporter di guerra, o da un autore di reportage nelle zone più “calde” del pianeta, mi aspetto sempre di trovare un libro con la sua viva voce di osservatore, le sue parole a rendere ciò che gli occhi hanno visto. Con Francesca Mannocchi, invece, trovo la viva voce del protagonista, del carnefice, del “mostro”. La reporter fa appunto la reporter: dà voce, riporta ciò che ha visto e sentito.

Non è una intervista questo “Io Khaled vendo uomini e sono innocente” (Einaudi, 17 euro), non è un romanzo, è il freddo e disturbante racconto di un uomo che ha visto l’inferno libico e di questo inferno è ora uno dei padroni, se padroni ci possono essere. «Ci chiamano mercanti della morte, immigrazione clandestina, la chiamano. Io sono la sola cosa legale di questo Paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia. Mi chiamo Khaled, il mio nome significa immortale. Mi chiamo Khaled e sono un trafficante».

Khaled è ancora giovane. Studiava all’università nella Libia di Gheddafi, del Fratello Guida, di «Santana» come lo chiamavano lui e sua sorella, perché anche i muri hanno orecchie e parlano. Lo sa bene il giovane Khaled, perché un giorno non ha più visto gli amici del padre venire a pranzo, spariti con le famiglie. Mentre il padre restava sempre lì, sempre a galla, un camaleonte funzionario governativo, che forse ha accettato il patto con il diavolo per salvare i figli. Figli che come Khaled ora lo disprezzano e come Mourad che è invece è morto da martire della rivoluzione.

La rivoluzione tradita: «Dovevamo ucciderli tutti» dice Khaled oggi, mentre bande di ragazzi in ciabatte e mitra esercitano un potere che è racket, davanti alle banche dove le persone non possono ritirare i loro soldi, in una Libia che non ha nulla ma è ricca, «per questo tutti ne vogliono una parte». Vende viaggi, Khaled. Fa partire i gommoni nel Mediterraneo, incassa il dovuto e paga i suoi uomini, paga tutti. Offre lavoro e vende illusioni. Mantiene il suo potere. E di notte sente urlare la giovane madre affogata in mare con il figlio. Ma non per questo non dorme.

Non c’è un confine netto tra il bene e il male, non esiste mai. Per questo la storia di Khaled colpisce. Lui è il male, forse. O semplicemente non ha altra scelta. Giudicarlo implicherebbe un metro di giudizio che non possediamo. Ma la sua narrazione è uno schiaffo, un pugno allo stomaco di noi europei che assistiamo alle manfrine dei “porti chiusi”, del braccio di ferro perdente con l’Europa, del ricatto libico che non viene riconosciuto. Chi parte paga un prezzo. «Io lo pago non partendo». Ed è alto

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Precedente
Successivo
Precedente
Successivo