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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

La vittoria di Giorgia

Giorgia Meloni ha vinto. Per questa giovane mamma dall’inconfondibile accento romano si profila l’incarico del Presidente Mattarella. Sarà lei, se le urne non riservano improbabili sorprese, la prima donna nella storia d’Italia a essere incaricata dal Capo dello Stato di formare il Governo. La contrapposizione tra rosso e nero, tra pancetta e guanciale che il segretario del Pd Enrico Letta ha scelto come mantra nella campagna elettorale della sinistra non ha funzionato. E neppure quelle insinuazioni sulla fiamma che campeggia nel simbolo di quello che da ieri è il primo partito del nostro Paese. Festeggiano i Fratelli d’Italia, un po’ meno la Lega di Salvini e Berlusconi che comunque si godono un distacco di almeno 12/15 punti dalla coalizione di un centrosinistra che, in un Piemonte colorato di blu, se va bene porta a casa un solo collegio. Vince l’unico partito che ha avuto il coraggio di non scegliere abbuffate gialloverdi o giallorosse e di restare all’opposizione anche di un governo guidato da un uomo con l’esperienza e il carisma di Mario Draghi. Il voto di ieri è uno schiaffo alla politica dei governi tecnici e suona come un rifiuto verso chi non ha saputo cogliere i bisogni dei cittadini. L’altro schiaffo, e questo vale per tutte le coalizioni, è quello arrivato dal partito silenzioso dell’astensione. Al sud e al centro soprattutto, ma anche nelle grandi città. Napoli, Palermo, ma anche Torino, dove la percentuale dei votanti si è fermata al 64,6%. Come giudicare l’assenteismo in questo momento così complesso per la vita di tutti? Come simbolo di una protesta come faceva intuire la nostra inchiesta sui quartieri di Torino, e non solo quelli più problematici, da cui è apparsa evidente e trasversale la sfiducia verso le promesse dei partiti? Di sicuro la politica non ha saputo intercettare i bisogni dei cittadini, ma c’è anche dell’altro: le difficoltà per 5 milioni di italiani che vivono e lavorano lontano da casa propria, compresi gli studenti fuori sede, il ticket apposto alle schede elettorali, il rito assurdo dell’unico giorno dedicato al voto. In realtà Giorgia Meloni e chiunque andrà al governo con lei non potrà esimersi dal prendere in seria considerazione l’urlo silenzioso che sale dal popolo deluso che rischia di scivolare nella disperazione per l’aumento del caro vita che va a sommarsi con il salasso delle bollette e il rischio sempre più percepibile della perdita di posti di lavoro. L’autunno che ci aspetta è forse il più cupo e problematico dalla fine della prima Repubblica. Non vogliamo fare del pessimismo da bar, ma neppure fornire alibi ai vincitori. L’Italia, e la nostra Torino non fa certo eccezione, hanno bisogno di una cura da cavallo dove le promesse perdono sostanza se non si trasformano in fatti concreti. Ci sono le risorse del Pnrr da usare senza ripensamenti, c’è bisogno estremo di aiuti concreti per sostenere famiglie e imprese in crisi e la politica deve tornare a fare il proprio lavoro. È il momento della verità, e mentre scriviamo si consuma una giornata epocale in un Paese in bilico tra il baratro della recessione e la speranza di una ricostruzione. Sulle mani purtroppo abbiamo le piaghe di tre anni difficili dove abbiamo convissuto tra paura e stato di emergenza.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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