juve vecchia signora
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

La Vecchia Signora

Un matrimonio durato cento anni e il prossimo 24 luglio gli sposi rinnoveranno le promesse coniugali. Lei è una Vecchia Signora blasonata e ancora vogliosa di vittorie e primati. Lui è un giovane capitano d’industria e di finanza, rappresentante di una dinastia che tra dolori, gioie, faide, lacrime, lutti e successi, ha fatto, come diceva Vittorio Valletta, «la storia di questo Paese». La Vecchia Signora, allora giovane ancella, muove i primi passi nel 1897, anno di fondazione, grazie all’iniziativa di tre studenti liceali del D’Azeglio (Luigi Forlano e i fratelli Eugenio ed Enrico Canfari), i «perditempo della storica panchina». La maglia è rosa, i pantaloncini neri (anche cravatte e papillon, perché allora a football si giocava così); ma il rosa si scolorisce dopo qualche lavaggio e dall’Inghilterra arriva – per sbaglio – la casacca bianco e nera, a prova di conegrina. Dopo un periodo di fortuna alterna nei primi anni del Novecento, il 24 luglio 1923, Edoardo Agnelli (il papà dell’Avvocato) diventa presidente e proprietario della squadra, e la musica cambia. Grande appassionato di calcio, Edoardo investirà tempo, denaro e ci metterà passione. La Juve diventerà grande, amata a Torino e non solo, portata nel cuore di decine di migliaia di migranti italiani nelle Americhe e in giro per l’Europa. Il primo quinquennio di vittorie (1930-1935) nasce così e grazie anche alle imprese e alla tecnica di campioni venuti dal nulla. Giovani promesse scoperte negli oratori delle parrocchie e dei Salesiani (Combi, Rosetta, Caligaris Orsi, Ferrari, pilastri anche della nazionale di Vittorio Pozzo, campione del mondo in due edizioni consecutive della Rimet) o lungo le strade sterrate e fangose delle favelas di Cile e Argentina (Raimundo Orsi, Luis Monti), notati da qualche dirigente della Fiat che Edoardo Agnelli aveva inviato oltre Oceano per aprire fabbriche e vendere automobili. Un idillio, quello tra Edoardo (che è stato anche il fondatore della stazione sciistica del Sestriere) e la Juventus che, però, durerà poco. Nel 1935 la Vecchia Signora scopre il dramma della vedovanza. In un incidente con il suo idrovolante, l’industriale muore in circostanze tragiche e misteriose. Poi c’è la guerra e, subito dopo, i cugini granata spodestano i bianconeri. Della Juventus dei campioni (Giampiero Boniperti, Omar Sivori e John Charles) si tornerà a parlare nei primi anni 60, con le presidenze di Giovanni e Umberto Agnelli, figli di Edoardo e inizialmente liberi dagli impegni in Fiat dove, appunto, comandava Valletta. Ma l’Avvocato e suo fratello vengono presto chiamati ai vertici dell’industria di famiglia e la Juve, per un po’ torna nel limbo. A un nuovo presidente, Vittore Catella, e all’allenatore Heriberto Herrera (l’inventore del “movimiento”, antesignano del “calcio totale”), si deve uno scudetto (1966/67) vinto all’ultima giornata di campionato ai danni dell’Inter, la più temuta rivale milanese. Per l’Avvocato la passione bianconera è davvero qualcosa di incontenibile e torna ad occuparsi del club aprendo un ciclo di rinnovamento, della squadra, ma anche del calcio nazionale, la cui onda lunga arriverà fino al 1982, anno della vittoria italiana al Mundial di Spagna. Intanto Gianni Agnelli acquista dal Varese la promessa siciliana Pietro Anastasi, pagandola la bellezza di 400 milioni di lire (un record per l’epoca). «Bisogna pur offrire un mito alle decine di migliaia di emigrati che dal Sud sono venute a Torino per lavorare in Fiat», disse Agnelli che non ha mai considerato la squadra un qualcosa di separato dalla Fiat e viceversa. Tant’è che negli anni, la fabbrica è stata protagonista di iniziative sportive a favore della città, come la realizzazione del centro della Sisport, palestra manageriale per colui che diventerà, nel 1971, il presidentissimo della Juventus, Giampiero Boniperti, uomo di fiducia dell’Avvocato e padre e padrone del club di Galleria San Federico. Lo stile Juventus sarà lo stile Boniperti: i calciatori firmavano i contratti in bianco («perché giocare nella Juventus è un onore»), non «vestivano alla marinara», ma in giacca e cravatta e sempre freschi di barbiere, altrimenti il presidente li cacciava a pedate (figurarsi oggi cosa sarebbe accaduto ai giocatori tatuati da testa a piedi). I nomi dei campioni si sprecano: Bettega, Cabrini, Gentile, Furino, Morini, Capello, Zoff, Scirea, Tardelli, fino all’arrivo di Paolo Rossi e di Platini. L’idea del nuovo ciclo fu di un giovane allenatore, Armando Picchi (ex campione dell’Inter di Herrera e Moratti), deceduto (un altro lutto, una vera tragedia per tutta la squadra), dopo neppure un anno in panchina. Lo sostituirono Cestmír Vycpálek, Carlo Parola e Giovanni Trapattoni, il più longevo e blasonato. In anni più recenti, dai mondiali del 90 in avanti, il calcio è cambiato, anche i club hanno mutato pelle e ora sono società quotate in Borsa. La Vecchia Signora è stata protagonista di altri due cicli di successo, con Marcello Lippi al timone e poi con Antonio Conte e Massimiliano Allegri (e Cristiano Ronaldo) sotto la presidenza di Andrea Agnelli. Nel frattempo, però, la Juve ha conosciuto l’umiliazione della serie B, dove è stata spedita d’ufficio dopo Calciopoli e oggi vive una crisi altrettanto drammatica. Ha tutti contro, dalla procura, all’Uefa. L’Avvocato non c’è più, neppure suo fratello Umberto e Giovannino, l’erede designato e scomparso prematuramente a soli 33 anni. Tutto, o quasi, è sulle spalle del giovane capitano d’industria che non porta il nome degli Agnelli e che da solo deve districarsi tra beghe di famiglia (compresa la querelle con mamma Margherita) e la globalizzazione che ha trasformato la vecchia Fabbrica Italiana Automobili Torino in qualcosa di molto diverso. Vedremo se il prossimo 24 luglio, dopo 100 anni, i due sposi rinnoveranno le loro promesse, «fin quando morte non li separi».

marco.bardesono@cronacaqui.it

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